Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

TURISMO

Volontariato in Marocco. Sotto il cielo di Salè.

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volontariato marocco

di Josette Ranieri

Tutto è cominciato con una proposta di Luca, anzi, sarebbe più corretto dire con l’entusiasmo di Luca! Serate intere su internet davanti a migliaia di pagine web, associazioni su associazioni, ciascuna con intenti umanitari più che ammirevoli. Alla fine la nostra scelta è caduta sul Marocco, Salè per l’esattezza.

Io non avevo mai partecipato ad un progetto di volontariato, a differenza di Luca, e così mi affidavo alla sua esperienza sperando in cuor mio che non fosse troppo faticoso, vista la mia innata pigrizia, che, insieme all’infernale caldo di Agosto, mi prospettavano un’estate all’insegna del sudore! Non sapevo bene quindi ciò che mi aspettava. Lo scopo del nostro viaggio era ristrutturare una scuola elementare del luogo e fare animazione per una colonia estiva di bambini. Le uniche informazioni di cui disponevamo erano che avremmo alloggiato in una scuola, che i nostri letti non sarebbero stati ”di lusso” e che l’acqua calda ce la potevamo scordare! Durante il viaggio ci scherzavamo sopra, ma, arrivati a destinazione, potete immaginarvi la mia reazione. Io, viziata ragazza di città, maniaca dell’igiene, costretta a dormire in un posto irrimediabilmente sporco, a servirmi di bagni alla turca che spesso s’intasavano ripresentando il loro prezioso contenuto, assistevo allibita al turno del lavapiatti che poco prima aveva usato la stessa spugna per lavarsi i piedi!

E non è tutto! La parte più divertente era l’ora dei pasti in cui un unico enorme piatto veniva posto al centro della tavola, e un esercito di cavallette ci si lanciava sopra e spazzolava tutto mangiando con le mani, alla velocità della luce. Nel giro di tre giorni avevo perso tre chili! Possibile che in Marocco non esistano le forchette? Girando per il suq, il mercato tradizionale, ho poi scoperto che le posate esistono, ma non si usano nella loro cultura. I marocchini mangiano tutti dallo stesso piatto, con le sole mani, usando le dita e al massimo del pane per “uncinare” il cibo e portarselo direttamente in bocca, da dove poi, le medesime mani, finiscono nuovamente nel piatto insieme a quelle di tutti gli altri. Potete immaginare la mia faccia! Io…non volevo apparire…prevenuta! Della serie -“voi siete sudici, la mia cultura è superiore, questo va contro ogni regola della più comune igiene per cui io non mangio” - ma in realtà era un po’ quello che pensavo. Il mio stupore ha raggiunto l’ennesima potenza quando ho visto poi lo stesso Luca e gli altri volontari europei mangiare allo stesso modo. Non c’è che dire, mi sono effettivamente sentita sciocca, superba e la regina delle prevenute. Ma proprio non ce l’ho fatta. E indovinate cos’è successo? Un volontario marocchino, il giorno successivo, si è presentato a tavola con una forchetta per me. Che bella lezione! Noi, che ci atteggiamo a superiori, al mondo migliore, quello verso il quale molti di loro intraprendono “il viaggio della speranza” su gommoni di dubbia sicurezza, e in questo caso io, ahimè, non sono riuscita ad aprirmi alla loro cultura, a lasciarmi andare, ad abbandonare le ferree regole apprese nel mio paese, per unirmi a loro in un gioviale pasto tra amici. E’ stato lui invece, un ragazzo di cultura islamica, spesso additata  nel nostro paese come una cultura chiusa e fortemente arretrata, a venirmi incontro e a dimostrarsi disponibile nei miei confronti, sebbene fossi io ad essere nel suo paese e quindi fosse più logico attendersi da me un adeguarsi alle usanze del luogo. Ma questo gesto gentile, quasi raffinato, ha battuto un sentiero per l’inizio della mia prima amicizia araba. E’ stato così che le mie difese (da cosa poi?) si sono d’un tratto abbassate e ho cominciato ad assaporare il piacere di quelle giornate a stretto contatto con vite così diverse dalla mia. In men che non si dica, le ventisei  facce del gruppo non erano più volti estranei da salutare cordialmente la mattina per non apparire scortese, ma ciascuna acquistava una sua propria caratteristica. C’era Wissem, tutt’uno col suo cappelletto e i suoi auricolari, che si affannava a tradurmi il testo di alcune canzoni arabe. La lingua era un po’ un problema! Così, con un po’ d’inglese e un po’ di francese, è riuscito a farmi commuovere e mi ha trasformata in una fan sfegatata di Youness Migri, le cui canzoni ascolto ancora con un velo di nostalgia. Jawad Sahrawi, non era questo il suo cognome, bensì il suo soprannome per distinguerlo dall’altro Jawad, detto Marrakech. Entrambi così soprannominati dal luogo di provenienza. Il primo, un ragazzo polemico, molto pignolo e tradizionalista, ma dal cuore grande come il suo soprannome, il Sahara. Sento ancora strette intorno a me le sue braccia magre magre il giorno della nostra partenza; grosse lacrime scivolavano lungo il suo viso pieno di brufoli e cicatrici che si contraeva in una smorfia di dolore. E’ vero, non si può dire fosse una bellezza, ma aveva degli occhi fenomenali, grossi e neri, pieni di ciglia e di amicizia sincera. Non la smetteva di abbracciare Luca e di ripetergli che sempre, sempre sarebbe stato ospite gradito a casa sua, nel deserto. Era buffo vederli abbracciati, un ragazzone grande e grosso come Luca, ”un supercavallo” a detta di un guaritore marocchino, e lui, sottile ed esile come un filo d’erba. Ma quando c’era da arrabbiarsi non si tirava certo indietro, nonostante Allah non lo avesse dotato di particolare possenza fisica. Se capitava ad esempio che lungo la strada dei ragazzi facessero degli apprezzamenti su noi femminucce, ignare di tutto perché non capivamo la lingua, ecco che lui, con grande nonchalance, ci chiedeva di aspettarlo 5minuti e si allontanava, candido come una rosa, in direzione dei malcapitati. Dopo aver messo i puntini sulle “i” , tornava tranquillo e sorridente a passeggiare con noi, in realtà a scortarci lungo le strade del suq. Il responsabile del gruppo si chiamava Taibi, era un ragazzo cicciotto cicciotto, con un’andatura molleggiata e dei bellissimi occhi sorridenti. Peccato che come responsabile non fosse un granchè. Quando serviva,  non c’era mai! Appariva solo all’ora di mangiare e ai turni di cucina, chissà come mai, il suo nome non è mai comparso. Era simpaticissimo però, e davvero di buon cuore. Ricordo che una delle ultime sere, andata su tutte le furie per aver subito il furto del mio sacco a pelo, mi sono precipitata nella stanza dei ragazzi reclamando il mio “letto”. Non avendo ottenuto nessuna risposta e temendo che il mio già provato sacco a pelo fosse stato nascosto in chissà quale anfratto sudicio e zozzo (ho dimenticato di descrivervi le dimensioni delle blatte marocchine), ho iniziato a lanciare fuori dalla finestra ogni sorta d’indumento mi capitasse tra le mani. E’ stato così che ho suscitato il sorriso di tutti. Mi domandavo cosa accidenti avessero da ridere, visto che le loro cose stavano finendo dritte dritte nel fango. La misteriosa ragione di tanta ilarità era che tutto ciò che era stato oggetto della mia vendetta apparteneva proprio a Taibi, unico innocente e per di più neanche a conoscenza del misfatto. Insomma, morale della favola, io e Luca ci siamo divertiti come matti e tutti quanti i disagi e le fatiche dei lavori manuali si sono trasformati in barzellette e gavettoni sotto il sole cocente. La scuola è stata rimessa a nuovo. Al momento della partenza aveva un aspetto decisamente più accogliente e “colorato” che al nostro arrivo. Sulle pareti, ciascuno di noi ha lasciato una traccia, un disegno, un pensiero, dando libero sfogo alla fantasia e alla creatività. Non sono mancate spietate guerre di pennellate tra di noi, di cui conserviamo bellissime foto. Alla fine non si sapeva più quali fossero le opere d’arte, se quelle spalmate sui muri o quelle spalmate su di noi!!! E in effetti è proprio così, la vera opera d’arte è stata l’amicizia autentica che si è instaurata tra noi, al di là delle differenze di credo, di cultura e di lingua. C’era un unico linguaggio che ci univa tutti, europei ed africani, nella scuola di Ibnabatouta, ed era il desiderio di rendere migliore il rientro a scuola di molti bambini, di far sì che trovassero più piacevole il luogo dove, l’educazione, l’alfabetismo e l’insegnamento possano spazzare via l’ignoranza e con essa la violenza, per una vita migliore. Sono partita stanca per questo viaggio, disposta a spendere meno energie possibile, e sono tornata carica e piena di risorse. Eppure sono andata a lavorare! Vi chiederete perché sono partita, se lo spirito era questo. Bè, perché in fondo a ogni essere umano c’è il desiderio di fare del bene, almeno un po’, nel suo piccolo. Forse per sentirsi meglio piuttosto che per aiutare realmente il prossimo, e quindi per egoismo. Questa è stata la mia lezione: sono stati loro ad aiutare me, mettendomi davanti ad una parete bianca da riempire, a piatti e padelle per cucinare una qualche tipica pietanza italiana, assegnandomi il ruolo d’insegnante di canto con annesse e connesse prove generali di ”Bella Ciao” e potrei continuare ancora per molto. Questa esperienza mi ha aiutato ad allargare i miei orizzonti e lo ha fatto in maniera sicuramente più immediata e vivace rispetto alle solite lunghe dissertazioni sulla fame nel mondo e sulle lotte di potere, che sarebbero rimaste comunque astratte nei miei pensieri. Indelebili resteranno queste immagini nella mia mente.

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Commenti   

 
0 # Annalisa 2010-03-15 10:48
Sai mi hai fatta davvero sognare ed emozionare... Io studio lingua araba e sono molto attratta dal Marocco! Piacerebbe anche a me fare un esperienza come la tua...credo ti cambi la vita... Un abbraccio e un in bocca al lupo
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0 # Saretta 2010-06-09 08:25
ciao! che bella esperienza, vorrei tanto fala anch'io! Se leggi questo mex,mi faresti sapere via mail il nome dell'associazio ne con cui sei andata? Grazie Sara
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0 # Paola 2010-06-09 08:36
Ho 47 anni, ho già fatto esperienze di volontariato all'estero e mi piacerebbe fare la prossima in Marocco,ci sono appena tornata da turista e mi ha affascinato.. Se avete opportunità da propormi, lavoro con bimbi o altro, sono educatrice ma anche esperta d'ufficio e sto lavorando come operatrice di un telefono di aiuto per donne maltrattate. Saluti Paola
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