Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

Articoli da ogni regione d'Italia

La piccola Italia, fra marketing e tradizione.

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di Rita Campanaro

MINUSCOLI CENTRI ABITATI SI AFFIDANO ALLA PUBBLICITA' PER NON SPARIRE DAI CIRCUITI TURISTICI. E DA QUELLI DELLA MEMORIA.
Il club “Borghi più belli d’Italia” raggruppa comuni i cui centri storici hanno conservato la bellezza originaria. In Calabria sono otto i borghi iscritti. Per combattere emarginazione e spopolamento.

Ci sono borghi e borghi. Dal 2001, almeno, i borghi d’Italia non sono più tutti uguali, ma distinti in centri “di qualità”, eccellenti, e centri “normali”, ordinari. Quasi sette anni fa nasceva, infatti, il club dei “Borghi più belli d’Italia”, su iniziativa dell’Anci (l’Associazione nazionale comuni italiani) e di 55 amministrazioni locali di piccoli comuni sparsi in tutta Italia. Obiettivo dell’iniziativa: proteggere, promuovere e sviluppare i borghi che aderiscono al club. Valorizzare e far conoscere l’Italia minore, quella parte del paese che costituisce la nostra memoria storica e nasconde una bellezza senza tempo. L’Italia dei borghi, appunto. Dei piccolissimi centri abitati, delle case arroccate sui monti o sprofondate fino ai litorali più selvaggi, dei villaggi medievali e bizantini. Sono tantissimi i piccoli comuni che conservano tracce indelebili della millenaria storia italiana. E l’iniziativa del club costituisce una sorta di censimento della bellezza residua del nostro Paese. Ma, come dicevamo, ci sono borghi e borghi e non tutti possono vantare l’appartenenza al club fondato dall’Anci. Perché per diventare uno dei “Borghi più belli d’Italia” è necessario che il comune risponda a requisiti precisi (minuziosamente elencati nello Statuto del club) ed è essenziale che versi una quota annuale di iscrizione. Ma quali sono i criteri di ammissione? Primo, che il borgo sia un vero borgo, che abbia, cioè, una popolazione inferiore ai duemila abitanti nel centro storico (e ai 15 mila nell’intero Comune). Secondo, che presenti una notevole qualità urbanistica e architettonica certificata dalla Soprintendenza delle Belle Arti. “Gli edifici storici devono prevalere sull’insieme della massa costruita e dar luogo a un complesso esteticamente omogeneo”. Terzo, che il comune manifesti una volontà e una politica di valorizzazione e sviluppo del proprio patrimonio. “Il tessuto urbanistico deve risultare compatto e armonico. Sono banditi infissi in alluminio, antenne tv e paraboliche, traffico sregolato, luci al neon, insegne pubblicitarie invasive, asfalto. Sì, invece, all’acciottolato originario, all’illuminazione d’atmosfera, a eventi culturali, alla qualità delle produzioni locali”. Se il borgo supera l’esame dei periti inviati dal club per la “verifica di qualità”, riceve l’autorizzazione a esporre all’ingresso del comune il pannello con il logo dei “Borghi più belli d’Italia”. Tutto qui? Non proprio. I comuni “classificati” dispongono di portale internet,  linee specifiche di e-commerce dei prodotti artigianali, rivista trimestrale, comunicazione e promozione, accordi con tour operator per l’organizzazione di pacchetti soggiorno, partecipazione alle fiere di settore, creazione di eventi e circuitazione delle iniziative culturali, consulenza nella ricerca di finanziamenti, inserimento nella Fédération Internationale des Plus Beaux Villages, richiesta all’Unesco di inserimento nel “patrimonio culturale dell’umanità”, ecc…….  Ma l’aver superato la selezione non è motivo di garanzia per il futuro: la perdita dei presupposti fondamentali o anche solo la diminuzione della loro qualità può essere causa di esclusione dal club. Il comitato scientifico, infatti, procede ogni due anni al controllo dei comuni ammessi. Si innesca così un circolo virtuoso per cui i centri fanno a gara per accedere o rimanere nel club, il tutto a vantaggio della salvaguardia e della valorizzazione del patrimonio culturale italiano.

Ma il “benefit” più ambito dai centri abitati che mirano a entrare nel club è il marchio dei “Borghi più belli d’Italia” che i comuni ammessi possono esibire sulla cartellonista stradale e sui documenti, far circolare come un vero e proprio brand attraverso le Guide realizzate dal club e altri espedienti. Pubblicità, insomma. Marketing allo stato puro, come confermano le testimonianze raccolte presso due dei comuni calabresi ammessi nel club dell’Anci. Altomonte, Bova, Fiumefreddo Bruzio, Gerace, Morano Calabro, Santa Severina, Scilla e Stilo. In Calabria sono otto i borghi “certificati” dal club. Otto gioielli naturali e architettonici che versano all’associazione dai 500 ai 1600 euro all’anno. Fiumefreddo Bruzio (in provincia di Cosenza) che conta quasi 5 mila abitanti spende 1600 euro per l’iscrizione, mentre a Bova bastano 500 euro annui, quasi un euro per ciascuna delle 474 anime che ancora abitano il minuscolo borgo reggino. Ma serve davvero far parte del club? Le amministrazioni locali non sanno quantificare l’aumento dell’afflusso turistico nei borghi a partire dall’anno di adesione al club, ma parlano di un generico “riscontro in termini di presenze richiamate dal battage pubblicitario”. I dati Istat sul turismo, d’altra parte, raccontano di un significativo incremento degli arrivi negli esercizi ricettivi in Calabria: quasi 400 mila unità in più dal 2001 al 2006, da 1.089.990 presenze a 1.476.026. Ma sostenere che questo incremento sia dovuto in parte o in tutto all’adesione degli otto comuni all’associazione sarebbe fuorviante. Quel che è certo è che le amministrazioni locali sono ben felici di versare la quota annuale che permette loro di esibire il brand sui documenti, sulla cartellonistica, sui prodotti tipici. “Il marchio gira nei circuiti che contano” racconta l’addetto stampa del comune di Morano Calabro, provincia di Cosenza, il “presepe del Pollino”; circola nei festival e nelle manifestazioni, appare su internet, sui giornali, sulle guide turistiche, persino “sugli schermi delle televisioni negli aeroporti italiani e internazionali”. E il responsabile dell’Ufficio turismo del comune di Altomonte (ancora provincia di Cosenza) pone l’accento sull’importanza di “essere inseriti nella Guida dei borghi che è distribuita in tutta Italia”. Così, iscrivendosi a un club e comprando un marchio da esibire, i piccoli comuni calabresi combattono l’isolamento. Una solitudine millenaria, difficile da affrontare, fatta di emigrazione e spopolamento, che sembrava impossibile trasformare in risorsa. Colpisce che proprio il marketing, questa moderna scienza cinica e vuota, abbia permesso a borghi senza tempo di rendersi visibili, abbia consentito a Scilla, Gerace, Stilo, luoghi splendidi rimasti emarginati dallo sviluppo e dalla modernità, di vivere una nuova vita o, semplicemente, di non morire.

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