Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

Articoli da ogni regione d'Italia

Otto ragioni per avere fiducia sul futuro del Mezzogiorno d’Italia.

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MezzogiornoSi narra che un giorno un etologo prese delle pulci e le chiuse in una scatola di vetro, per osservarne il comportamento. Le pulci, come è nella loro natura, cominciarono a saltare per muoversi ed uscire dal contenitore ma, saltando, sbattevano continuamente la testa al coperchio di vetro. E così, salta oggi, salta domani, sbatti la testa oggi, sbatti la testa domani, le povere pulci smisero di saltare.. pur rimanendo vive sul fondo della scatola.

Fu a quel punto che lo scienziato rimosse delicatamente il coperchio e attese la loro reazione. Ebbene, incredibile a credersi, le pulci non fecero più nessun salto e morirono nella scatola aperta!

Questo curioso aneddoto scientifico, come è facilmente intuibile, insegna che: anche quando, per una qualche ragione, mutano le condizioni esterne e vengono meno gli ostacoli che ci impediscono il successo di un’azione, spesso non si ha più il coraggio di riprovarci perché, nel frattempo, la serie di fallimenti registrati e le relative sofferenze patite, ci hanno fatto perdere l’entusiasmo e la capacità di iniziativa, portandoci a rinunciare al raggiungimento dell’obiettivo prefissato. E’ una metafora che ben si adatta alla psicologia umana (anche collettiva) e che, con i dovuti rispetti, può essere utile, a mio avviso, a capire la “questione meridionale italiana” oggi, su cui, di seguito, tenterò alcune brevi riflessioni.   

Diversi, infatti, i tentativi che sono stati effettuati attraverso politiche di sviluppo e di occupazione per rendere il Mezzogiorno d’Italia un territorio autonomo da un punto di vista produttivo e quindi indipendente da un punto di vista economico, maturo ed emancipato da un punto di vista sociale e culturale. La maggior parte di questi tentativi, però, com’è noto, si è risolto in fallimento, (come i salti delle pulci) e ciò ha finito inesorabilmente per scoraggiare coloro (Governo, istituzioni locali, società civile) che vi avevano provato e ha rinvigorito l’idea che noi italiani meridionali fossimo sostanzialmente un popolo di vagabondi e delinquenti, refrattari al miglioramento e dunque da abbandonare al proprio destino.

Giusto per citarne uno di questi tentativi, il più importante: le politiche di industrializzazione attuate negli  anni ’60 e ‘70, che mirarono alla costruzione di grandi poli siderurgici (Taranto, Gioia Tauro, Siracusa, ecc.) che, di fatto, non ribaltarono la situazione occupazionale e rimasero vere e proprie ‘cattedrali nel deserto’. Non tutte le politiche di sviluppo, invero, fallirono. Alcune, poche, ebbero successo: per esempio, la creazione dei più recenti poli universitari, o la Cassa del Mezzogiorno che contribuì, se non altro, alla costruzione di tante utili infrastrutture ed opere pubbliche nei territori del Sud.   

Continuando con la metafora, credo sia giunto per noi meridionali il momento di riprovare a “saltare”, perché le condizioni che ci impedivano il successo stanno venendo meno e si stanno creando le premesse per un reale ed autentico miglioramento del sistema. Otto, finora, le motivazioni principali che mi spingono a crederlo e che di seguito sintetizzo:

  1. Energie rinnovabiliEnergie rinnovabili. E’ già in corso in tutto il mondo, anche in Italia, quella che è stata definita da più parti la nuova rivoluzione industriale, vale a dire il ricorso a nuove fonti di approvvigionamento energetico – che a differenza del petrolio sono rinnovabili e con scarsi, quasi nulli, impatti negativi sull’ambiente circostante -. Mi riferisco in particolare all’energia eolica e solare/fotovoltaica, ricavabili dal vento e dal sole di cui l’Italia, e in particolare il Mezzogiorno, come sappiamo, ne sono abbondanti e generosi. Tale percorso di approvvigionamento, se promosso e controllato nella giusta maniera, potrà creare (come sta già facendo) nuovi posti di lavoro e rendere le Regioni del sud autonome da un punto di vista energetico. Ciò permetterà (come alcune importanti scoperte scientifiche dell’Università di Palermo lasciano presagire) anche la possibilità futura di dissalare l’acqua di mare a costi contenuti, il che si tradurrà nella possibilità di avere acqua potabile a sufficienza per arginare il processo di desertificazione che sta minacciando alcune regioni del sud dell’Europa tra cui il Mezzogiorno d’Italia, nonché il continente africano e quello asiatico.
  2. Fattore Immigrazione. L’imponente fenomeno di immigrazione a cui l’Italia e le sue regioni del sud sono interessate, aiuterà, come sta aiutando, le stesse a crescere economicamente e culturalmente. Al di là infatti di quello che, per ragioni di strategia politica, si è cercato di far credere da questo Governo e da alcune sue componenti in particolare (La Lega), gli economisti insegnano che gli immigrati portano ricchezza nei paesi in cui approdano, e non il contrario, semplicemente perché costituiscono forza lavoro a basso costo e a minime rivendicazioni sindacali, in situazioni che vanno purtroppo da quella tragica, venuta fuori dal caso Rosarno (in cui gli immigrati che lavorano nelle aziende agricole vengono trattati come veri e propri moderni schiavi) a quelle delle colf e badanti (comunitarie e non, che abitano nelle nostre case e accudiscono i nostri cari). Non solo, gli immigrati affittano case in cui molti di noi italiani non abiteremmo più e comprano veicoli che per noi andrebbero soltanto rottamati. E’ l’apporto di ricchezza che del resto molti di noi italiani, soprattutto meridionali, abbiamo in passato, e per generazioni, garantito a paesi come la Germania, la Francia, l’Inghilterra, l’Austria, la Svizzera, l’Argentina, il Brasile, gli Stati Uniti d’America, il Canada, ecc. contribuendo a far crescere le loro economie, e non viceversa. Oltre al fattore economico, infine, che è importante ma non esaustivo, la gente straniera che arriva contribuisce ad arricchire la nostra società anche culturalmente in quanto, con la loro presenza, costituisce occasione diretta e personale di confronto e scambio di tradizioni e stili di vita e di pensiero. Senza negare d’altra parte che, proprio per la sua imponenza, il fenomeno immigratorio sia necessario gestirlo con fermezza e risoluta progettualità, in quanto, pur se positivo, inizialmente ed inevitabilmente tende a destabilizzare l’ordine sociale ospitante.   
  3.  Fattore istruzione e cultura. E’ indubbio che, in questi ultimi decenni, le regioni del  Mezzogiorno, pur perpetuando alcune annose difficoltà di organizzazione sociale, abbiano registrato un aumento notevole del livello di istruzione ed erudizione dei propri cittadini, sia grazie alla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa (televisione ed internet in primis) sia soprattutto alla nascita e allo sviluppo di atenei e poli universitari che hanno dato occasione a tantissimi giovani di studiare e laurearsi, pur in condizioni economiche familiari non sempre adeguate. Credo di non esagerare nell’affermare che oggi vi sia, in media, nel sud Italia almeno un laureato in ogni famiglia, soprattutto giovani e soprattutto donne, e questo logicamente agisce come poderoso fattore di sviluppo.  
  4. Area del Mediterraneo. E’ dal 2008 avviato un progetto, lanciato da Sarkozy e denominato Unione per il Mediterraneo, che ha come scopo quello di creare un’area di libero scambio economico e un partenariato sociale e culturale tra i paesi che si affacciano sul mare nostrum. Tale progetto, conseguenza naturale del Processo di Barcellona, che dal 1995 ha intenzione di avvicinare l’Unione Europea alle nazioni mediorientali e africane, attualmente conta la  partecipazione di 43 paesi (i 27 dell'Ue, più Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Mauritania, Siria, Tunisia, Turchia, Autorità palestinese, Albania, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Monaco - ad eccezione della sola Libia che ha preferito partecipare come semplice osservatore) molti dei quali stanno notevolmente incrementando le loro economie ed il loro benessere sociale (la Turchia, per esempio, dopo la Cina è il paese che sta crescendo di più, con un tasso annuo Pil pari addirittura all’11,8%).  Nel quadro di questo progetto - che rappresenta senza dubbio una sfida complessa dall’alto valore politico, sociale ed economico, considerando soprattutto la delicatezza geo-politica dell’area -  l’Italia, e le regioni del Mezzogiorno in particolare, potranno e dovranno svolgere, per la posizione geografica che occupano, funzioni di collegamento e raccordo (diventando piattaforma strategica e ponte) tra l’Europa e questi Paesi, favorendo e promuovendo collaborazioni in materia culturale, energetica, ambientale, nella ricerca di un comune denominatore che unisca, invece di allontanare, i popoli e le culture del Mediterraneo. L’approccio finora usato ha portato solo ad esiti negativi, (e tale resterà fintanto che tale unione avrà lo scopo di sfruttare, anziché valorizzare, le risorse dei paesi a sud del mediterraneo, con i quali il divario economico esistente è circa tre volte superiore a quello tra Messico e Stati Uniti) ma tale progetto avrà certamente un futuro e, favorendo il dialogo e la cooperazione internazionale, contribuirà a risolvere le tensioni politiche dell’area e riconcilierà l’Europa con il mondo arabo. Sono già numerosi i progetti associativi ed istituzionali attivi in tal senso.
  5. Area del MediterraneoFinanziamenti strutturali europei 2007/2013 e fondi statali Fas. Le regioni del Mezzogiorno stanno beneficiando già da diversi anni dell’intervento finanziario dell’Unione Europea, attraverso i fondi strutturali, e dell’attenzione del Governo nazionale, attraverso i fondi Fas, entrambi volti a promuovere l’occupazione, la coesione sociale, la sicurezza, in una parola lo sviluppo, delle aree sottosviluppate europee come quelle meridionali italiane. In particolare per il primo caso le somme destinate a tale scopo sono state e sono ingenti, basti pensare che i fondi strutturali europei [Fondo Europeo di Sviluppo Regionale; Fondo Sociale Europeo; Fondo di coesione] nei due ultimi cicli settennali hanno avuto a disposizione circa un terzo del bilancio della UE: 196 miliardi di euro nel programma di intervento 2000-2006 e 335 miliardi in quello in corso 2007/2013, spesi attraverso specifici programmi operativi regionali e nazionali: tra cui gli ormai rinomati Por e Pon. Di questi finanziamenti, una parte consistente (circa 90 miliardi di euro) sono stati destinati, in misura e modalità diverse, alle Regioni Sardegna, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, in quanto il loro Pil pro capite risultava (e risulta ancora per la maggior parte di esse) inferiore al 75% della media comunitaria, e ciò li ha fatti rientrare nell’obiettivo di convergenza economica stabilito dall’UE per colmare il divario tra le sue regioni più ricche e quelle più povere. Tra i settori d’intervento vi sono, in particolare: la qualità degli investimenti in capitale fisico ed umano, lo sviluppo dell’innovazione tecnologica e della società basata sulla conoscenza, la dotazione infrastrutturale, l’adattabilità ai cambiamenti economici e sociali, la tutela dell’ambiente nonché l’efficienza amministrativa. Anche il Fas (Fondo per le aree sottoutilizzate) ha mosso nella stessa direzione, avendo come obiettivo quello di raccogliere risorse nazionali aggiuntive, da sommarsi a quelle ordinarie e a quelle comunitarie e nazionali di cofinanziamento. E’ pur vero che si sono fin qui registrate serie difficoltà nella programmazione di spesa di questi fondi europei, alcuni dei quali ancora inoperativi, e che vi è stata purtroppo una gestione irresponsabile da parte del Governo italiano per i fondi Fas, (parte dei quali sono stati deviati al raggiungimento di obiettivi diversi da quelli per cui sono stati creati, a danno soprattutto di noi giovani del Sud) ma è innegabile che tali politiche di intervento finanziario nel complesso desteranno, come stanno già destando, occasioni di crescita e di benessere  per le regioni meridionali e avranno sul loro sviluppo economico, sociale e culturale, una ricaduta senz’altro positiva.
  6. 6.      Il fenomeno politico Berlusconi.  Il Governo Berlusconi è un governo che ha fatto della capacità di comunicazione politica una delle sue tattiche vincenti, forse la principale. Questa capacità, unita all’indiscutibile mix di carisma e stravaganza del personaggio Berlusconi da una parte e del personaggio Bossi dall’altra, ha contribuito molto nel far aumentare, non solo per adesione ma anche per reazione contraria, il coinvolgimento emotivo e la partecipazione politica di fasce di popolazione da qualche anno lontane (perché deluse e disaffezionate) alla politica della prima repubblica ed ai suoi protagonisti. L’aumento di partecipazione politica si è quindi concretizzata in una maggiore attenzione alle sorti del Paese, ai comportamenti della sua classe dirigente (sia acclamata ed incoraggiata, che messa sotto accusa da diversi dossier giornalistici e letterari – tipo “La Casta”) al rapporto intenso (spesso conflittuale) tra i suoi poteri istituzionali e sociali (Giustizia/Esecutivo, Esecutivo/Parlamento, Stampa Esecutivo/Parlamento), alle politiche pubbliche del Governo, ai tentativi dibattuti di riforma di alcuni importanti settori della società (la Giustizia,  la Scuola e l’Università, la Pubblica Amministrazione,ecc.) ed ha quindi favorito, camminando di pari passo ad un progressivo aumento della conoscenza e delle informazioni (dovuto essenzialmente alle maggiori interconnessioni mediatiche e all’avvento dei potenti e diffusi social forum informatici come facebook, twitter,  ecc.) un maggiore interessamento ai temi della democrazia e della sua organizzazione, della legalità, della lotta alla mafia, del rispetto e tutela dell’ambiente, dell’immigrazione, della sanità, del rapporto e confronto tra il nord e il sud del Paese, implicando una appassionata e rinnovata cultura civica, senza dubbio preziosa al futuro funzionamento della democrazia italiana dei prossimi anni post-berlusconiani. E’ ovvio che la questione meridionale italiana, in qualche modo conseguenza e causa di molti malfunzionamenti del Paese, dovrà tornare ben presto al centro del dibattito e delle azioni di Governo, per essere affrontata e definitivamente risolta.   
  7. Il ruolo delle donne.  Fino a non molti anni addietro, alla maggior parte delle donne italiane, e del sud Italia in particolare, era riservato un ruolo centrale nella gestione della casa e della famiglia, ma un ruolo assolutamente marginale nello svolgimento di molte professioni e della vita pubblica e politica. Oggi, grazie alle conquiste sociali avvenute, la società meridionale italiana può godere ed avvantaggiarsi di  un maggiore, più diretto e più emancipato ruolo delle donne, le quali sono diventate di fatto e fortunatamente protagonisti a tutti gli effetti (insieme agli uomini) della vita politica, economica e sociale del Paese. Moltissime le donne nelle scuole e nelle università, nelle imprese, nelle pubbliche amministrazioni, nei presidi sanitari, nelle redazioni giornalistiche, nei tribunali, nelle sedi amministrative e di partito (anche se qui in misura ancora marginale), nelle società sportive, ecc. Ciò costituisce assiomatico volano di crescita e maturazione della società meridionale.
  8. Il federalismo fiscale. Infine, il tanto discusso federalismo fiscale. Di tale architettura economico-politica in Italia, come molti sapranno, se ne parla da tempo e da più parti. Non è quindi, per amor del vero, un’invenzione di questo governo, anche se di questo ne è diventato il principale ‘cavallo di battaglia politico’. E’ entrato in funzione a seguito dell'approvazione della Legge 42/2009 e per diventare operativo necessita di una serie di provvedimenti che si snodano nell'arco di 7 anni: 2 anni per l'attuazione e 5 di regime transitorio. Per le regioni del Sud, non sarà certo una panacea (soprattutto all’inizio, i cui costi sociali di attuazione potranno essere molto alti) ma non sarà, a mio avviso, neanche una iattura, nella misura in cui (data la proporzionalità diretta che prevede fra le imposte riscosse in una determinata area territoriale e quelle effettivamente utilizzate dall’area stessa) comporterà quantomeno una maggiore responsabilizzazione della spesa e della gestione delle risorse da parte degli enti di governo locali, delle classi dirigenti e per certi versi anche della società civile. Responsabilizzazione che, si dovrà esprimere non tanto nel ridimensionamento o nel taglio della spesa pubblica (all’inizio comunque necessario) quanto nella valorizzazione di tutto il patrimonio di risorse (storiche, artistiche, culturali e naturali) di cui le regioni del Mezzogiorno dispongono in abbondanza e che trascurano di valorizzare, quanto non addirittura mortificano. Penso per esempio alle ricchezze naturalistiche di cui la sola Calabria dispone (ben ottocento chilometri di costa nel Mar Mediterraneo e quattro grandi catene montuose) la cui sola valorizzazione turistica potrebbe fare della Calabria stessa una delle regioni più ricche del Paese. Pertanto il federalismo, se accolto come occasione di sviluppo, potrà apportare certamente i suoi importanti benefici, pur tenendo presente e cercando di pregiudicare tutti i rischi geo-politici e sociali di cui esso si fa inevitabilmente conduttore, ovvero una possibile accentuazione delle divisioni tra il nord e il sud del paese e un aumento ingestibile delle sofferenze sociali delle regioni meno forti fiscalmente, ossia le regioni meridionali. 

Queste, a mio personale avviso, le ragioni che mi inducono ad essere fiducioso sulle sorti future del Mezzogiorno d’Italia e sulla soluzione definitiva della ‘questione meridionale’. Queste, le occasioni per ‘uscire dalla scatola’; su cui fondare un rilancio definitivo del Sud e trasformarlo, da grande difficoltà dell’Italia, a grande opportunità della stessa. Logicamente, affinché ciò accada, è necessario che le future classi dirigenti politiche, locali e nazionali, ne prendano coscienza e agiscano responsabilmente, tenendo presente – come disse Lerner (1968) - che i tempi della crescita economica e dello sviluppo sono sempre più lenti della rivoluzione delle aspettative.

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