Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

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Il fallimento della politica in Calabria

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 di Francesco Grisafi

Gli autori del libro intervista “Sulla Calabria e la politica”, Franco Ambrogio e Filippo Veltri ritengono che il filo conduttore del fallimento della politica in Calabria sia da ricondurre a “la debolezza storica e strutturale delle classi dirigenti, incapaci di mettersi alla testa di un vero processo di rinnovamento e di sviluppo economico e sociale, come è avvenuto in altre realtà del mezzogiorno dove le condizioni e le difficoltà alla fine della guerra mondiale non erano dissimili da quelle della Calabria”.

Ma mentre appare accoglibile la tesi secondo cui il mancato sviluppo del mezzogiorno sia da attribuire ad una classe politica debole, non altrettanto vero appare l’affermazione che in altre regioni del mezzogiorno l’ostacolo sia stato superato, perché in tutte le regioni meridionali permangono disoccupazione, clientelismo, corruzioni, illegalità e forti condizionamenti nella vita politica amministrativa, nelle attività economiche e nella stessa società civile da parte delle associazioni mafiose, che in ogni regione assumono un nome diverso (Mafia, 'ndrangheta, camorra e sacra corona) con identico scopo.

Il problema della debolezza delle classi dirigenti affonda le radici nel sistema politico e amministrativo dello stato pre unitario, che viene travasato interamente nel nuovo sistema politico amministrativo unitario.

La rottura istituzionale con l’ordinamento dello stato borbonico, pose il problema dell’unificazione della legislazione e la scelta di una classe politica, a cui affidare l’amministrazione ed il governo soprattutto degli enti locali. La classe politica piemontese ritenne di affidare il governo amministrativo ai proprietari terrieri non solo per opportunità politica, ma anche per una scelta culturale.

Come dire cambiare tutto per non cambiare nulla; infatti nuova legislazione, ma vecchi metodi di amministrazione in ogni settore.

Così restano al posto di comando i vecchi baroni e i soliti notabili, dediti con l’aiuto di caporali, campieri, grandi fittavoli e mafiosi in genere, allo sfruttamento del popolo dei braccianti e pastori, perpetuando compensi salariali di fame e povertà umiliante.

A ogni atto di ribellione dei contadini, interveniva lo stato centrale con violente e crudeli repressioni con armi e pesanti decisioni giudiziali, che conducevano i contadini alla morte o al carcere. Altro che felice povertà, tanto decantata dalla letteratura patriottica!

Mentre i proprietari continuavano a mantenere e godere le usurpazioni dei terreni demaniali, dei comuni e della Chiesa, legittimati dallo Stato Sabaudo, lo stato Centrale inscenava controlli e lotte alle mafie mentre la classe dirigente economica continuava e continua a premere per sempre maggiori aiuti economici e privilegi.

E così dall’unificazione fino alla data dell’8 settembre 1943 queste classi dirigenti parassitarie, angariose continuarono a mantenere il potere con la copertura dello Stato Centrale per la difesa di un presunto ordine sociale e morale.

Solo a mettere in discussione la legittimità di tale potere sono stati i movimenti dei contadini sia nel periodo dei primi del ‘900 (Vedi Fasci siciliani) e sia dopo il 1945 con i movimenti per l’occupazione delle terre incolte regolate dalla Legge Gullo.

I contadini e le organizzazioni sindacali pagarono le loro proteste con tributi di sangue dalla strage di Portella delle Ginestre (1947) all’eccidio di Melissa ecc.

E solo successivamente sotto le continue pressioni della piazza per la terra e della politica per il riscatto delle popolazioni del Sud, i dirigenti della politica nazionale elaborano una politica per l’assegnazione delle terre del latifondo ai contadini con il principale intento di creare una cultura dell’azienda contadina per il riscatto sociale dei tantissimi braccianti che lavoravano negli estesi feudi e una politica differenziata per unificare il paese sul terreno socio-economico e civile, per accorciare il vistoso divario tra nord e sud con la Istituzione della Cassa del Mezzogiorno.

Ma le due iniziative programmatiche e legislative della classe dirigente nazionale non portarono i frutti sperati, perché fallì la riforma agraria in sede di esecuzione e per altri svariati motivi legati alla scarsa produttività dei terreni marginali assegnati e fallì anche la politica della Cassa del Mezzogiorno sprecando enormi somme erariali ed opere iniziate e mai ultimate e progetti esecutivi mai messi in cantiere.

Si aspettava un cambiamento con un salto di qualità della politica intesa come tutela dell’interesse pubblico, ma la classe politica, dopo un avvio difficoltoso con tante speranze, aspettative, annunci e proclami di natura demagogica, riprende la sua abituale navigazione a vista, perché non ha saputo rinunciare alla ricerca del consenso elettorale con voti di scambio con patentati locali e ndranghetisti e con clientele di varia natura, ha trasformato la carica istituzionale in ufficio di collocamento per amici e parenti e di ricercatori di promozione di carriera senza averne merito e diritto, aprendo così la debole difesa democratica istituzionale all’insediamento nella pubblica amministrazione di rappresentanti della ‘'ndrangheta dislocati nei vari settori, che possano garantire alla stessa protezione e libertà d’azione nei campi, che essa stessa riteneva e ritiene redditizi per i suoi affari.

Ogni grave scandalo, poi, si conclude con gravi e pesanti accuse nei confronti della magistratura per discutibili vizi di forme e per immaginarie trame messe in opera per delegittimare la classe dirigente, sia politica che economica per poi seppellire lo scandalo nell'oblio con buona pace dei cittadini desiderosi di giustizia, come scrive Corrado Alvaro: “Tutto questo che avrà suscitato commenti e drammi, aveva acquistato col tempo una rispettabilità delle cose assodate e accettate, che non si potevano più modificare” (Vita breve).

Comunque le qualità politiche ed etiche della classe politica calabrese sono state messe in luce in un quadro devastante, dalla trasmissione televisiva della RAI W l’Italia nelle puntate Pane e Politica condotta da Riccardo Iacona.

La stessa società civile nutre una spontanea e viscerale refrattarietà ai valori della convivenza civile ed accetta come ineludibili gli scorretti comportamenti della classe dirigente politica, per cui sembra più interessata alla morale privata che all’etica pubblica cioè una società a legalità debole, che non si muove come appagata della sua condizione politica ed economica e comunque restia alle novità e paurosa del nuovo.

Come uscire da questo tunnel di incertezze e di mala cultura politica e sociale?

Il compianto Prof. Noberto Bobbio nella sua opera autobiografica “De Senectude” si interroga sul significato della vita individuale e collettiva con tre immagini: la bottiglia nella quale la mosca vola a casaccio, la rete in cui si dibatte il pesce catturato e il labirinto entro il quale si muove l’uomo per trovare la via per uscire. La mosca uscirà dalla bottiglia, sempre che per caso non ci sia il tappo e solo per un colpo di fortuna. La sorte del pesce è invece segnata e il suo dibattersi lo imbriglierà sempre di più fino a condurlo alla morte. Mentre chi si è perso nel labirinto può tentare di uscire con le sue forze.

Le tre immagini riprendono con chiarezza le tre visioni della politica e fanno riferimento a tre etiche: il pesce nella rete non ha prospettive per il futuro, la mosca della bottiglia si agita in modo disordinato sperando nella buona sorte o da un intervento messianico. L’uomo del labirinto può ponderatamente coltivare la speranza di uscire, perché con impegni intelligenti e costanti e con cambiamenti allorquando trova la via bloccata, potrà imboccare la via giusta che lo porti fuori dal labirinto.

Vorrei concludere ricordando a tutti come utile e sensato quanto proposto da Giorgio La Pira “ogni uomo dovrebbe per lo meno impegnarsi a costruire un’alternativa politica all’esistente specie il grigiore dei tempi scalfisce anche la speranza“ e con un verso tratto dal libro Siracide della Bibbia che dice così ”Non essere rivoluzionario con la lingua e poi fiacco ed inerte nell’azione”.

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