Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

POESIA & PROSA

La tenuta Callagar.

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Ci mancava poco. Questa volta ci eravamo davvero vicini.

La grande proprietà del Signor Callagar stava per diventare nostra! Erano 3 anni che cercavamo di comprarla, ma nonostante avessimo diverse volte attentato al suo patrimonio in modo da costringerlo a vendere non ci eravamo riusciti.

 

Ora tutto l’appezzamento di terreno stava per diventare della società!

Avremmo costruito un parco divertimenti. Avevamo già anche stabilito la pianta del parco, scelto la ditta a cui affidarci per le costruzioni… Mancava solo il terreno!

Io e il mio socio avevamo un appuntamento con Callagar alle 16.30 in punto, proprio nella sua proprietà.

Tra una buca e l’altra si sarebbe parlato di affari.

Questa volta, quel terreno glielo avremmo tolto! Quando mi mettevo in testa qualcosa prima o poi lo ottenevo!

Ci presentammo io e Carmine all’orario prefissato, con il nostro set di mazze e già vestiti per il gioco; anche Callagar era già pronto per la sfida e dopo i soliti convenevoli iniziammo a giocare.

Fin da subito esternai la mia intenzione a volermi appropriare della sua tenuta, ma non sembrava voler rispondere alle mie provocazioni.

In volto aveva un’espressione malinconica, anche se cercava di mascherarla comportandosi come sempre.

Quell’uomo era temuto da molti ma io non temevo niente. Figuriamoci di lui con quell’espressione…

Il mio unico motivo per essere lì era quello di appropriarmi della tenuta. Lo avremmo pagato meno di quello che valeva per poi guadagnarci, una volta aperto il parco divertimenti, ci avremmo guadagnato 80 volte di più…

Fu mentre già mi immaginavo a fare il bagno nei soldi che toccò il turno del mio collega…

Io e Callagar lo guardavamo in silenzio, a debita distanza.

-“Non avrete mai la mia tenuta.” sbottò ad un tratto Callagar.

-“Lo vedremo”- risposi io sprezzante con un mezzo sorriso tutt’altro che amichevole.

-“Non la avrete mai e sa perché signor Radcliffe? Perché tengo a questo terreno, non per soldi, ma per me questa terra ha un valore affettivo.”

Non riuscivo a capire e senza che io chiedessi, lui mi diede spiegazioni:

-“ Vede quella collinetta là giù? Sulla sua sommità sono seppelliti i miei due cani. Anzi, entro breve le tombe saranno tre. Non lascerei mai e poi mai che la quiete che hanno trovato ora venisse disturbata e che quello che rimane di loro venisse buttato chissà dove. Non erano cani di razza, ma erano i MIEI cani, erano tutti randagi, prima di entrare a far parte della mia FAMIGLIA, ho dato loro un tetto sotto cui vivere e tanto affetto, ma se mettiamo quello che ho dato e quello che ho ricevuto in cambio sulla bilancia, hanno dato sicuramente più loro a me che l’incontrario. Li ho voluti seppellire lì perché tutte le sere andavamo in cima alla collina ad ammirare il tramonto assieme. E’ un luogo simbolo.”

Senza che me ne accorgessi, chiesi come fosse morto l’ultimo cane. Lui stette un attimo in silenzio, con la testa bassa e continuò:

-“Vecchiaia. Purtroppo non vivono quanto noi. Se fosse così sarebbero degli ottimi compagni di viaggio.”

Quando alzò la testa scorsi gli occhi arrossati e qualche lacrima che minacciava di cadere.

Di quell’uomo di cui tutti avevano timore, non c’era più traccia.

-“Avete visto che colpo formidabile?” ci venne incontro Carmine esultante.

-“Bravo! Ottimo tiro!” rispose Callagar.

Mentre il proprietario del terreno si accingeva ad effettuare il suo colpo, cominciai a pensare a ciò che quelle parole mi avevano ricordato: dapprima era solo un flebile ricordo, come la fiammella di una candela appena accesa, ma poi il ricordo iniziò a farsi sempre più nitido.

Ero ancora un bambino e mi ricordo che stringevo al petto quel cucciolo. “E’ il mio miglior amico” dicevo allegro. Era il mio cagnolino e lo fu per anni, finché un giorno, ormai in tarda età, non si coricò nella sua cuccia e non si svegliò più. Quello purtroppo lo ricordavo bene! Quando successe ero ormai adulto.

Ricordavo il dolore che provai nonostante tutti mi dicessero “Era solo un cane”. Troppo facile dire così. Quando hai un cane e lo guardi negli occhi, non vedi un animale, ma un membro della tua famiglia, che non parla con la voce, ma con lo sguardo e con la coda. Guardai Callagar e amplificai il dolore che provai io per 3 volte. Quello che ne venne fuori fu allucinante.

Mi asciugai gli occhi con il guanto e ringraziai mentalmente quell’uomo a cui volevo portar via ciò a cui teneva: mi aveva fatto ricordare di quel cucciolo a cui tanto volevo bene e che con tanto amore mi ricambiava.

Finita la partita salutammo Callagar e ci dirigemmo verso l’auto.

Uscii da quella tenuta un po’ cambiato. Un po’ più umano.

-“Andiamo Carmine, abbiamo altri posti da vedere per trovare quello ideale per il nostro parco

Lui rimase esterrefatto ma non disse nulla: quello che prendeva le decisioni ero io.

Stavo per salire in auto e vidi la figura dell’uomo in piedi sulla collinetta ad ammirare il tramonto, vicino ai suoi cani, anche se non come una volta.

Ma a guardare bene lo si poteva vedere ancora circondato dai suoi cani.

In memoria di Paco e Bianca.

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