Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

POESIA & PROSA

Racconto: "Continuavo a fissare il giornale incredula".

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Continuavo a fissare il giornale incredula, mentre il caffè, poggiato sul tavolino del bar sotto casa mia, in cui facevo colazione tutte le mattine, si raffreddava.

 

La foto che corredava l’articolo era raccapricciante: una casa con l’entrata completamente distrutta.

Il paese nel quale ero nata e dove avevano vissuto i miei genitori era stato raso al suolo da un terremoto.

Quell’orribile immagine mi lasciò un senso di avvilimento interiore, per tutta la giornata, mentre mi recavo al lavoro, mentre ultimavo le commissioni per l’ufficio e anche mentre facevo la spesa al supermercato, era come se assieme a quel paesino fosse scomparsa anche una parte di me.

La notte fu costellata di lunghe ore passate ad osservare il soffitto.

Sapevo che dovevo fare qualcosa, lo sentivo dentro e sapevo anche bene che fare una donazione su uno dei numerosi conti correnti messi a disposizione da questa o quell’altra associazione a favore dei sopravvissuti, non sarebbe riuscita a lenire quel malessere.

Quando spuntò il giorno, praticamente la decisione era già stata presa.

Presi contatti con la protezione civile, avvertii i famigliari che cercarono invano di dissuadermi e partii alla volta di quel luogo, che non sarebbe più stato segnato su nessuna carta geografica moderna.

Arrivai col treno nella città principale e dovetti farmi la strada che mi separava dalla zona colpita dal sisma a piedi, perché nessun mezzo di trasporto ci arrivava, a causa di danni ingenti alla rete ferroviaria e a quella stradale.

Finalmente giunsi a destinazione.

Il paesaggio che si mostrava davanti a me era il più desolato e straziante che avessi mai visto.

La case si erano piegate a fisarmonica, ovunque c’erano sassi e pezzi di muro, l’entrata del comune era impraticabile per via delle macerie che la ostruivano e il palazzo stesso era traballante, l’unica cosa che sembrava intatta era il campanile, di cui avevo qualche ricordo infantile.

Mi diressi in fondo a quella che fino a poche ore prima era la via principale della cittadina, brulicante di persone che ridevano e di bambini che giocavano, verso le tende blu che vedevo sbucare da dietro quello che rimaneva di un palazzo dell’800.

Entrai in quella che credevo fosse la tenda dei responsabili della protezione civile e le mie intuizioni furono confermate, fui affidata dal capo ad un’altra delle volontarie, che mi fece vedere dove dovevo operare ed iniziai anche io a dare il mio contributo a quel paese che mi aveva dato i natali.

Dovevamo scavare con le mani, perché con le ruspe avremmo potuto ferire qualcuno dei sopravvissuti rimasti sotto le macerie e in attesa di soccorso.

Tutto attorno insieme agli umani lavoravano anche i cani, instancabili e sempre alla ricerca di un odore che li portasse a scoprire un corpo sotto i detriti, vivo o morto che fosse.

Anche quando il sole tramontò si continuò a scavare, imperterriti e volonterosi a portare avanti il compito per cui eravamo lì, ma poi le forze iniziarono a mancare e un po’ alla volta dovemmo abbandonare tutti le macerie per farci ritorno il giorno seguente, sostituiti da altri.

Mi riunii assieme ad altri volontari attorno ad un falò per cenare, per di più lì si consumava cibo in scatola o si cuoceva la carne sui fornelli da campeggio.

La conversazione era ridotta al minimo.

Di fronte a me avevo una donna dall’aspetto stanco e gli occhi tristi, come se quella devastazione che avevamo intorno si fosse impossessata anche di lei.

Vedendo che la guardavo mi chiese da dove venivo e che occupazione svolgevo normalmente; le risposi e per continuare la conversazione raccontai un episodio accaduto tra le mura dell’ufficio, per me molto divertente, ma a parte qualche sussulto allegro non ebbi molto successo, così decisi di tacere e terminare il mio pasto.

-Non te la prendere - mi disse il capo che avevo incontrato quella mattina - sono tutti stanchi e questa situazione non è facile per nessuno. Io comunque ho trovato molto simpatica la tua uscita e ho apprezzato il tuo tentativo di rialzare il morale a tutti, detto questo sparì nella sua tenda.

Mi sentii un po’ rassicurata e mi chiesi se la voglia di scherzare mi sarebbe passata col trascorrere dei giorni e sarei finita anche io ad avere una luce triste negli occhi.

La mattina venne a destarmi un mio collega, l’alba stava per sorgere e l’orizzonte era coperto da una linea rossa di luce.

Iniziammo a scavare ancora assonnati ma già con una gran voglia di fare.

Poco dopo un cane abbaiò.

Tutti, me compresa, accorremmo a spostare le macerie attorno a quel corpo ancora vivo o per aiutare a sostenerlo.

Era un uomo sulla quarantina, aveva il viso insanguinato dal quale risaltavano ancora di più gli occhi azzurri sbarrati, con quello sguardo atterrito di chi è stato ad un passo dalla morte e ha creduto di non farcela. Addosso a parte la biancheria intima non aveva nulla e questo sottolineava ancora di più l’immagine vulnerabile e indifesa che dava.

Quando fu fatto riemergere da quell’oceano di pietra tutti batterono le mani al sopravvissuto e venne trasportato in ospedale mentre noi riprendevamo a lavorare.

I cani abbaiarono ancora, ma i sopravvissuti diventavano sempre più rari.

Dentro di me speravo di trovare qualche mio compaesano ancora vivo, quando ad un tratto spostai una pietra e vidi una mano sbucare.

Gridai, cercai aiuto e recepito il messaggio corsero tutti, mentre io già cercavo di togliere più detriti possibili.

Quella volta non ci fu nessun applauso.

Ero arrivata troppo tardi.

Eravamo arrivati tardi.

Era un ragazzo, coi capelli neri, corti e già non respirava più.

Rimasi immobilizzata davanti a qual corpo senza vita, non solo perché non avevo mai visto un morto, ma perché mi sembrava di avere presente la sua fisionomia nei miei ricordi di bambina, quando lui era mio coetaneo.

Nonostante gli occhi che mi si riempivano di lacrime, continuai a scavare domandandomi il perché fosse successo tutto quello e proprio lì.

Verso l’ora di pranzo, mi dissero che avevano bisogno di personale nella zona mensa e che dovevo andare ad aiutarli.

Distribuii una zuppa molto liquida a tutti gli sfollati del campo che mi si ponevano davanti con un piatto, in attesa della loro razione.

Di quella breve esperienza alla mensa mi rimase impressa l’espressione gioviale di un anziano quando gli versai il cibo nel suo piatto e il tono della sua voce, piena di gioia con cui mi ringraziò.

Durante la pausa pranzo, altri miei colleghi lavoravano senza sosta e io mi soffermai ad osservare alcuni bambini che giocavano, mentre finivo il mio pasto: nonostante la disperazione, la collera e la miseria che regnava, i bambini erano sempre i primi a regalare un sorriso.

Diedi il cambio ad un uomo della Croce Rossa che era visibilmente sfinito e cominciai a scavare nuovamente.

Alzai gli occhi e vidi qualcosa di verde spuntare tra le rocce, lo tirai fuori e si rivelò un orsacchiotto appartenuto a chissà quale bambino.

Gli diedi due colpi con la mano per togliere la maggior parte della sporcizia dal giocattolo e lo regalai ad una delle bimbe che avevo visto poco prima giocare, lo teneva stretto a sé come se fosse basilare per la sua esistenza.

Ad un tratto a metà pomeriggio un boato: la terra tremava di nuovo.

Corremmo via mentre una pioggia di calcinacci sembra volerci colpire ad ogni costo.

Quando il terreno ebbe smesso di sussultare tornammo ai nostri posti.

Scoprii che a questa nuova scossa anche il campanile era caduto e il cimitero dove erano stati sepolti i miei nonni, molti anni prima, era stato distrutto.

Un neonato piangeva, un cane degli sfollati guaiva.

La sera ero troppo stanca per mangiare e mi accasciai all’interno della mia tenda, ma prima di dormire presi il cellulare, per far sapere mie notizie ai parenti, scrissi un sms.

Alla mattina mi svegliai col cellulare ancora in mano e il messaggio ancora da inviare.

Mano a mano che passavano i giorni i cani abbaiavano sempre di meno e quando lo facevano non seguiva più nessun applauso.

Quello che era da fare era stato fatto, non c’era nemmeno più bisogno di tutti quei volontari e molti furono rimandati a casa.

Me compresa.

Fui accompagnata alla città principale, che aveva subito pochissimi danni e presi il treno per tornare nella mia città.

Quando il treno si mise in moto, salutai mentalmente gli sfollati, le macerie e ogni persona che aveva fatto assieme a me il volontario.

Che cosa mi sarebbe rimasto di quell’esperienza?

Sicuramente la tristezza provata nel trovare i bambini morti sotto i detriti, piccole vite spezzate come un bocciolo che deve ancora schiudersi, portato via dal vento, la speranza di trovare qualcuno che respirasse ancora sotto le macerie e poi il sangue, la polvere, la desolazione, ma non solo anche la forza di queste persone e l’enorme solidarietà esternata da tutti.

Mentre il sole penetrava dal finestrino e il dolce dondolio del mezzo mi consegnava tra le braccia di Morfeo, mi venne in mente una domanda assurda: Cosa racconterò ai miei figli quando mi chiederanno del terremoto?

Ora preferisco non darmi risposta, fatemi riposare e fare bei sogni!

 

Ispirata ai fatti avvenuti il 06 aprile 2009 a L’Aquila, in Abruzzo

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