Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

POESIA & PROSA

Racconto: 'Un cane "fortunato" '.

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E’ strano vedere la vita attraverso una rete: vedi migliaia di rombi che scandiscono ritmicamente tutto ciò che ti circonda, come una bella canzone, che rimane nella mente dell’ascoltatore e l’accompagna durante tutta la giornata.


Queste forme geometriche invece, non mi tengono compagnia da un giorno o due, ma da tre anni circa; non sono certo di quanto tempo sia passato dal giorno in cui sono stato abbandonato in questo canile dai miei padroni, perché quando sei rinchiuso e trascorri tutti i giorni uguali, perdi la cognizione del tempo.
Qualche volta qualche buona anima umana, prende me o un altro dei miei compagni, rinchiusi anch’essi dentro a questo canile, al guinzaglio e ci accompagna a fare un giretto nei dintorni. Stare al passo è difficile soprattutto per chi, come noi, non è abituato a stare al guinzaglio.
Spesso, in queste uscite, si va sulla riva del fiume. Io mi diverto a guardare i pesci nell’acqua e talvolta cerco anche di agguantarli, suscitando l’ilarità del mio accompagnatore umano.
Quel corso d’acqua lo consideravo un sogno, fino a qualche tempo fa.
Iniziò tutto un pomeriggio, mentre riposo sento due volontari che mi servono sempre la ciotola col cibo, parlare con tono preoccupato di certi fenomeni che stavano per accadere, non colsi l’intero discorso, ma avverto chiaramente alcune parole chiave di esso: acqua, piogge copiose, pericolo. Non riesco a trovare un filo logico tra quelle parole, ma forse, perché sono solo un cane e non conosco tutto il vocabolario degli umani.
Non penso più a quell’episodio fino a pochissimi giorni dopo. E’ tutto il giorno che continua a piovere. Non smette più. Di tanto in tanto si vede qualche lampo e si ode il tuono e tutti noi animali, siamo spaventati. Persino il mio vicino di gabbia grande e grosso com’è, ha la coda fra le gambe. Il fatto è che tutti lo sentiamo, c’è qualcosa di strano nell’ aria, come se stesse per succedere qualcosa all’improvviso che, almeno per il momento, non accade e noi non sappiamo spiegarci che cos’è.
La pioggia sembra placarsi un poco, ma forse è solo una nostra impressione, perché siamo distratti da altro.
Qualcosa di viscido, che sembra avere vita propria, striscia sul terreno e pare venire verso di noi.
Non ho compreso subito di cosa si tratti, perché in una quantità simile non ne avevo mai vista.
E’ acqua. Il fiume ha straripato.
Subito comprendo il pericolo e comincio ad abbaiare per attirare l’attenzione. Non sono il solo, anche gli altri cani iniziano ad ululare.
Nessuno sembra sentirci. Nessuno sembra cogliere il nostro appello di aiuto.
Poi vedo gli altri abbaiare con più impeto: una volontaria sta prendendo alcuni di noi e li sta portando in salvo. Ma siamo tanti e l’acqua è sempre più vicina, ansiosa di prenderci tra le sue spire e stritolarci.
Sono preso dal panico!
Comincio a sentire i miei polpastrelli bagnarsi, guardo ovunque per cercare una via di fuga che non c’è.
Un mio compagno, si apre un varco nella rete in preda alla disperazione e alla paura, ma il passaggio è troppo piccolo e nonostante questo cerca di oltrepassarlo, non riuscendoci.
Altri invece si buttano contro la porta della loro gabbia, nonostante il lucchetto saldamente chiuso, come se fosse cosciente di far loro uno sgarbo, non si apre.
I volontari fanno il possibile e ormai lavorano con l’acqua alle ginocchia.
I cani di piccola taglia, per salvarsi da quell’acqua che li soffocherebbe, saltano sulle loro cucce, in cerca di salvezza.
Ora sono fradicio fino al petto, continuo ad abbaiare, ora con meno forza.
Il fiume, continua ad inondarci, non curante delle vite che trascinerà con sé nel suo letto, quando rientrerà nei suoi argini, non prestando attenzione ai disastri che combina a tutto ciò che ci circonda.
Non mostrando interesse per noi!
L’acqua ormai mi è arrivata sotto il mento. Non abbaio più, guaisco solo.
Ma le persone che potrebbero aiutarmi non sentono i miei mugolii. Non vedo i miei compagni. Non sento più il loro abbaiare. Ho la testa sott’acqua, solo il naso rimane fuori, ma solo per poco, perché anche quello il fiume decide di sommergere.
Mi manca l’aria, provo a nuotare però mi è difficile.
Cos’è che mi alza? Cos’è che mi riporta alla vita?
Ho gli occhi socchiusi costretti in quello stato dal liquido che ha cercato di stritolarmi nella sua morsa, ma vedo la luce e il sole mi riscalda.
Qualcuno mi ha sollevato. Un uomo che riesce a sostenermi da solo, riesce a tenere un cane di mezza taglia stretto a sé con le sue uniche forze.
Mi accarezza, mentre mi sorregge e mi dice che ora è tutto finito.
Stracolmo di gioia lo ringrazio come solo un cane può fare: lo riempio di baci e gli scodinzolo, nonostante le energie non siano tante.
In quel rifugio non ci ho messo più zampa.
Quell’uomo, volontario per caso e per quell’occasione del canile in cui ero rinchiuso, mi ha adottato. Mi ha chiamato Lucky, Fortunato, perché purtroppo in quel giorno sono stato uno dei pochi a farcela.
Il mio padrone è diventato un volontario di quel canile e spesso dice che quello che è successo è da far tenere ben a mente all’umanità, perché possa essere in futuro evitato, con ogni mezzo possibile.
E io sono d’accordo con lui.

Racconto ispirato dai fatti accaduti a Roma, nel dicembre 2008.

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Commenti   

 
0 # Sanctus Lupus 2010-04-13 11:02
Bellissimo, complimenti all' autrice.
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0 # Federica Rubini 2010-04-18 18:30
GRAZIE!!!
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