Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

POESIA & PROSA

Racconto: "Volare".

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La luna era alta nel cielo.

Dalla finestra della sua camera Mariasole poteva scorgere i crateri che facevano capolino dalla crosta lunare;

 il satellite era talmente vicino che sembrava potesse fare una collisione col pianeta Terra da un momento all’altro.

Tutto attorno era buio, le stelle brillavano come le luci sull’albero il giorno di Natale e sembravano volerle rammentare che qualcosa di bello esiste ancora e vale la pena di vivere solo per essa.

Ma nulla avrebbe fatto cambiare idea alla ragazza la quale, aveva preso la decisione più difficile e disperata della sua vita: Mariasole, aveva deciso di morire.

Mariasole aveva circa vent’anni, occhi e capelli scuri e carnagione olivastra, tipica di coloro a cui il Mar Mediterraneo ha donato i natali.

La sua situazione era uno schifo: per lei sarebbe stato più facile trovare la Pietra Filosofale che scovare un ragazzo che le volesse bene e che desiderasse stare assieme a lei.

Gli amici? Non ne parliamo, se per “amici” si intende coloro che la contattavano solo se potevano sfruttarla o nelle occasioni in cui erano soli e non sapevano con chi stare, sì, allora aveva degli amici, in più loro amavano chiamarla con malignità il corvo, per via della sua propensione a vestire sempre di nero.

In casa non si respirava una situazione migliore: la madre era scappata col suo personal trainer, conosciuto nel periodo in cui frequentava la palestra e da allora Mariasole era stata abbandonata a sé stessa, perché il padre era troppo occupato a pensare al suo lavoro inoltre, il suo passatempo preferito era quello di cambiare letto e partner il più velocemente possibile, nel tempo più breve. Ormai sembrava una sfida con sé stesso, una questione di orgoglio.

E questo era anche il motivo per cui era lì, da sola, chiusa in camera sua: il suo “paparino” era in sala da pranzo con la sua nuova e per il momento, ultima fiamma che aveva poco più della sua età: perché non li potesse disturbare era stata confinata nella sua stanza.

Situazioni in cui chissà quante altre persone si trovavano, ma lei si sentiva ugualmente sola. Senza nessuno.

Il suo nome, era l’unica cosa positiva ed allegra che la riguardasse.

Che cosa viveva a fare, se per lei la Vita aveva progettato solo sofferenza e aveva deciso di non farle il grande dono di avere accanto almeno una persona che le volesse bene?

Mariasole aveva un paio di jeans, le scarpe da ginnastica ed una felpa nera, col cappuccio sollevato sul capo, gli occhi bistrati di nero e il mascara che le era sceso lungo i suoi zigomi e le sue guance.

Così com’era, si alzò in piedi, facendo gemere le doghe del letto: sembrava che anche lui stesse piangendo per la dura scelta di lei.

Chi l’ha detto che un oggetto non può provare sentimenti?

Aprì la porta della sua camera e oltrepassandola, la richiuse alle sue spalle ed anche essa cigolò, nel vederla allontanarsi per l’ultima volta.

Mariasole passando per il corridoio, si avviò verso il soggiorno: una stanzona enorme, che da sola era grande quanto tutti gli altri ambienti messi assieme.

In fondo ad esso c’era il camino, che solitamente si accendeva solo per le festività, tanto per fare un po’ di atmosfera, poi un grande tavolo di legno di noce, intagliato da un ottimo falegname, accostato alle sedie dello stesso materiale e sottoposte alla stessa lavorazione.

La televisione era posta al centro dell’ambiente e davanti ad esso c’era un divano a due posti, sul cui tessuto era stampata una fantasia a fiori, sui toni del rosa; dietro al sofà c’erano le enormi finestre che davano una completa visione della città, a quell’ora illuminata dai lampioni e dai fari delle auto, guidate dalle persone che facevano ritorno alla loro famiglia.

Già, famiglia.

E chi sapeva più che cosa fosse.

Spalancò una delle finestre e si arrampicò fuori da essa.

Una volta sul cornicione osservò giù da quello: era senz’altro un bel salto.

Le persone si intravedevano appena, non parevano formiche, ma grandi mosconi.

Mariasole guardò alle sue spalle: il padre era troppo impegnato a civettare con la sua ragazzina e a guardare chi vinceva il quiz televisivo, per salvare sua figlia o almeno, per accorgersi di ciò che stava per fare.

Si rivoltò nuovamente verso la città.

La suola di una delle scarpe scivolò sulla pietra del cornicione, inumidito dalle copiose piogge di quei giorni: quasi volava giù, senza avere il tempo di dire addio a quell’universo dannato che l’aveva voluta e poi dimenticata.

Aveva avuto paura quando le era slittato il mondo sotto i piedi ma adesso non capiva più il motivo di quella sensazione.

Era ora. Era giunto il momento.

Non c’era nessuno lì, su quel cornicione con lei, per fermarla.

Mariasole si lanciò nel vuoto.

Senza paracadute, senza più voglia di vivere.

Il cappuccio le si ribaltò indietro, i capelli le svolazzavano attorno, il suo corpo prendeva sempre più velocità, in caduta libera.

E’ proprio vero, mentre stai per morire rivedi tutta la tua vita passarti davanti.

In quel momento cominciò a ricordare.

Lei da piccola che abbracciava un cucciolo di cane e lui le leccava la faccia.

Qualcuno le regalava un palloncino.

Il suolo era sempre più ravvicinato.

Il primo bacio.

Il primo “Ti Amo” pronunciato, a fior di labbra, come se quelle parole potessero scottarla.

Aveva appena superato il terzo piano.

La patente presa con nemmeno un errore.

Il giorno in cui aveva scoperto che aveva ottenuto la maturità.

No, non voleva morire.

Voleva vivere.

Mariasole amava la vita.

A pochi metri dal terreno sul quale stava per sfracellarsi, due ali d’angelo le si materializzarono sul dorso e grazie ad esse, si salvò, puntando verso il cielo.

Le stelle che tutto sanno, avevano avuto ragione anche quella volta.

Dove sia adesso Mariasole non si sa, ma sicuramente in un luogo dove ha imparato ad essere felice.

Perché solo imparando ad apprezzare i piccoli dettagli che rendono la vita speciale si può raggiungere la felicità, e ce la creiamo noi con le nostre mani.

Solo così si può imparare a volare.
Solo così un corvo può trasformarsi in un angelo.

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Commenti   

 
0 # Anonimo 2010-04-13 10:53
Piace il tuo stile di narrare però in questo racconto forse sarebbe stato più opportuno svolgere il tema della motivazione con più accuratezza. E' vero che a vent’anni si è impulsivi, ma i motivi che portano al suicidio di una ventenne forse necessitano di una elaborazione più estesa. auguri.
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0 # °*°Ily*°* 2010-04-13 10:53
Il racconto in se non è male, anzi è molto bello! La storia è bella, ed è scritta molto bene...ma non mi va di commentarla come fa la mia prof., semplicemente analizzandola, quindi ti dirò semplicemente quello che mi ha trasmesso...il pensiero è molto profondo, e si trasmette molto bene a chi legge...sincera mente non mi è piaciuto troppo il finale, perché fino alla fine sei stata molto realistica, descrivendo la realtà esattamente come è...e invece poi c'è stata una svolta raccontata troppo velocemente e troppo all'improvviso. ..comunque sei stata davvero brava, avverti di nuovo su answers se ne scrivi un'altra, sono curiosa di leggerla!! ciao
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