Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

POESIA & PROSA

Racconto: "Viola".

Dettagli

di Carlotta Pisano


E c’era tanta luce. Viola ricorda l’abbaglio improvviso provocato dai suoi occhi.

Un bagno in un paese straniero dal sapore latino e Lei che si snoda leggiadra i lunghi capelli neri. Esce violentemente dalla porta per ritrovarselo dinnanzi, strani giochi del destino. Anche Lui in Spagna dopo mesi che corre e non si ferma. Bisogno d’aria e di suoni nostrani per le sue orecchie. Cercava questo. Tanta libertà da ingoiare in un solo sorso. Poi lo vede, lui le sorride per le lunghe ciglia appena trasformate e Viola si scioglie,morta d’amore.

Movida per le strade della città andalusa. Un maggio a sbalzi di temperature; caliente di giorno e glaciale durante la notte per i venti della sierra nevada. Viola cammina veloce, quel ritmo la prende tutta investendo i suoi piedi da bimba in morbide infradito ormai divenuti ghiaccioli. Luciano la insegue con quello sguardo come magma mediterraneo. Sigarette e tanti ola con la gente del posto. Amici dal profondo sud italico che si rincontrano per aver scelto di studiare lontani dalla loro terra. Viola pensa al destino della sua gente, quello di spostarsi di luogo in luogo. In qualsiasi posto sia stata ha sempre incontrato dei calabresi. Sorride tra pensieri accavallati, rune indefinite della sua memoria.

La strada principale e poi su, fino all’alhambra. Gitani che sfiorano corde di chitarre appena scordate. Il tamburellare delle dita sulla cassa di noce chiaro, lì dove le corde si posano. Le gambe ipnotizzate da quelle pause dolenti, frutto di storie remote, d’amore e sofferenza. La voce come una nenia che t’insegue per i vicoletti del mirador, che richiama tutta la gente intorno a quel battere di mani. Belle donne zigane, dalle forme generose, sollevano con malizia le gonne accompagnate dai leggiadri polsi che si girano per  formare archi nell’aria. Nacchere e Viola lo cerca tra la folla. Luciano sorseggia indisturbato la sua cerveza da un paio di euro. Lei fa finta di non vederlo, fa si che la sua risata arrivi sino alle sue orecchie, mentre lui non la perde di vista neanche un secondo. E’ Viola il suo spettacolo da ammirare. Tanta voglia di conoscerla e di spogliarla piano, con gli occhi come con le parole.

L’alcol entra nei corpi. La birra dolciastra modifica azioni non premeditate. Spontaneità con gente familiare. Un paio d’italiani appena rientrati dal Marocco. Hanno addosso ancora l’odore di spezie, col caldo infuocato che ha reso ruvide le loro guance. Storditi dal caos tranquillo delle vie granadine. Viola osserva il cielo che a stento rivela i suoi astri offuscati dalle fiaccole poste in punti strategici della città. Voglia di tenerezza. Stringe a sé i suoi arti facendoli combaciare in un abbraccio personale. Il braccio destro le oscura mezzo viso, rimangono attenti gli occhi seminudi, come se avesse tutto intorno un arabo chador. Quegli occhi che cacciano Luciano. Quegli

occhi con cui tutto è iniziato. Lo chiamano piano a sé per divorarlo. Un locale e il corteggiamento finisce. Non è più distaccata come solevan fare le donne in tempi antichi, no, si lascia dominare dalle sue mani che la prendono per non mollarla più. Baci con musiche straniere e parole vietate, sussurrate. Il tempo si ferma e anche lei rinizia a respirare.

Da quella sera un’unione simbiotica, fraterna e amorevole li univa. Il rientro in Italia e tanta la voglia di rivedersi. Sui tetti le promesse di non lasciarla scivolare da quelle tegole consunte di un’antica casa toscana, mentre il sole muore ma con lui cambia solo il cielo e non quelle sensazioni che crescono e non si saziano.

Luciano ha la pelle di seta e gli occhi di miele. Ha profondi legami con leggende e tradizioni mimnermiche. Sarà  per questo che ha catturato l’anima di Viola.  Per lui rispolvera studi classici fatti nella sua adolescenza. La r rotola morbida sul suo palato. Forse per le strane inflessioni della sua lingua madre. E’ greco come il colore del suo viso nelle estati più calde. Scuro come il sole cocente che batte i muri bianchi delle Cicladi. Contrasto perfetto con la pelle di latte di Viola.

Prima d’incontrarlo Lei rileggeva ogni sera i versi del poeta più caro. Ora era la sua voce che sfogliava prima di addormentarsi. Lui all’altezza di un qualsiasi Neruda.

Parole di cotone, soffici, riempivano l’aria. Passione per luoghi esotici e per linguaggi neolatini- parlantine veloci che sussurrano i ritmi di quelle terre. Studi universitari simili e tanta voglia di conoscere usanze così paradossalmente lontane da quelle italiane. Non ci sono dita che giudicano e sguardi inquisitori. Lui e Viola pronti a prendere un volo per quei posti agognati da tempo.

E’ come quelle filastrocche e scioglilingua che incalzano la voce come l’umore. Una boccata di pura adrenalina. La California tutta da esplorare e poi scendere fino in Messico con un bus da due soldi che la sa lunga su quelle strade consumate dall’afa del deserto.

E Los Angeles era così, magnifica e spenta allo stesso tempo, con palme incurvate all’orizzonte e una sottile nebbia che lenta avvolgeva le luci di una città più che incalzante. Vecchi wop messicani stanchi affondati su misere sedie di plastica. L’insegna lampeggiante della “Pancake House” illuminava a tratti il loro volto, perso in ricordi lontani e tropicali. Le mani intrecciate poste sul ventre; accasciavano leggeri la testa, liberandosi dal dolore di vivere in un paese ostile alle loro origini. Il cielo era grigio,sempre di più. Viola lo ricorda così. Ricorda quanto era però tenero svegliarsi con le mani di Luciano intrecciate sul suo ventre che la seguivano ovunque. Vedeva tutto

questo dalla finestra del loro appartamento, a Redondo beach, dove il summer gloom la faceva da padrone quasi tutti i giorni. Quella cappa oscurava il sole a cui entrambi avevano tanto sperato.

Catapultati lì lontani anni luce da casa. Lei ricorda tutti quei nomi dai retrogusti latini- tanto spanglish dei chicani- posti su cartelli  di semafori sbilenchi. Macchine dalle proporzioni notevoli intorno a loro sulle highways che avevano visto solo nei film o in qualche video musicale. Ogni mattina Viola risvegliava i suoi sensi sopiti con un bicchierone d’intrugli al caffè, facendo il planning per quel viaggio preparato alla rinfusa. Ripeteva a se stessa che non era importante conoscere la direzione, tutto era casuale e serpentino, era solo necessario sapere chi fossero. E Lei ne aveva la conferma specchiandosi negli occhi di Luciano ogni giorno al suo risveglio. Los Angeles  era un coagulo di spezie, spiagge dorate e oceano. Ma anche musica, culture confuse e libertà di poter essere qualcun altro, non se stessi, come l’american pruderie insegna.

La sabbia sottile e compatta, passi che non affondano, leggeri, il sole che muore nell’acqua, il molo enorme, le onde, gente coi roller o gli skate lungo il boardwalk, la spiaggia colma di campi di beachvolley, parlantine sudamericane veloci e calienti, si mescolano all’accento della west coast. Hermosa beach era il luogo preferito di Viola, lì nella città degli angeli. Andava quasi ogni giorno, tempo permettendo, ad osservare il tramonto.

E poi la Venice di Jim…Colori e vecchi hippies insediatisi lì dagli anni 60, con ancora i lacci di cuoio in testa nonostante i capelli canuti evidenti, vendevano braccialetti di filo. Colori e festa. Odore di erbe hawaiane fumate in lunghe pipe, nei negozi di tatuaggi come negli shop dei signori di dogtown. Lì Viola camminava senza paura tra la folla. Aveva il sostegno di quel calore che non l’abbandonava mai, anche se distanti per poco. Perché Luciano era sempre con Lei, perché quando si muoveva nel suo ventre e poi usciva, non c’era vuoto ma sempre più amore.

Lui la prese per mano guidandola nei posti dei racconti che scriveva ogni sera. San Francisco, per ritrovare tanti sogni di carta. Salite e discese. Il Golden Gate  imponente e Alcatraz su un paesaggio pacato.

Mare e morte-fine e vita.

La città del flower power, dei beatnik, di Ferlinghetti. Stanchi di pensare, si perdevano nei meandri della city lights. Erano arrivati là grazie ad alcune informazioni date da un tassista che amava Toto Cotugno. Ride Viola, ride pensando a quanto tutto fosse leggero e semplice.

Poi la decisione di partire on the road, in maniera estrema. Le sembra di essere un’altra lì, pensa mentre si sistema i capelli specchiandosi in un riflesso improvvisato. I greyhound bus delle canzoni e dei libri si suo padre. Sono investiti da moltitudini colorate, San Diego e Tijuana, Downtown e grattacieli,con cosche semi-mafiose che provocano sparatorie tra band rivali.

L’ostello faceva paura; tanto gotico quanto il suo nome, hostel cat. Ma erano felici per l’alcol e perché avevano il coraggio di volare via con mezzi passeggeri, strimpellando un po’ la chitarra alla Chuck Berry, sognando la route 66 e l’Arizona proprio mentre avevano deciso di stare lì, in quel posto all’estremo cardine della California, al confine coi gringos.

Viola ama la cultura mexicana degli indigeni, le tortillas ben riempite ed i nachos appena fritti da donnone con grosse caviglie e baffi neri sopra il labbro. Trecce pesanti intorno alla testa e gonne larghe verdognole. I canned heat sparati nelle orecchie; il ricordo di suo padre che le racconta una Roma in fermento durante i ’70, lui ed il suo sogno di Phoenix o di quel posto tanto caldo, allora così irraggiungibile, emozioni che invece lei sta vivendo in questo momento. Era la canzone su cui aveva imparato a suonare il suo basso music man, custodito come una santa reliquia. Senza tasti,di noce chiaro. Da rispolverare ogni tanto. E le scende qualche lacrima lì, con estranei che russano in camerate da sei.

E poi a sud, sempre più a sud.

Luciano è zucchero che si scioglie a contatto con l’acqua. Però lei ricorda i suoi di occhi quella notte d’inverno a Cancun. Anche se lì non fa mai freddo, il gelo l’aveva afferrata alle spalle. L’aveva lasciata sola in quella maledetta camera in rovina. Ricorda il rumore del ventilatore sul soffitto. E la forza che ritrovò solo cinque giorni dopo per alzarsi da quel letto.

Viola crede ancora che potrebbe proprio viverci lì, sarebbe l’ombra del vento, potrebbe legarsi ad una nuova vita. La musica dei Mariachi la mantiene in un giorno grigio in cui il sole non vuole proprio rinascere.

Scrive Viola, scrive parole come suoni della sua triste malinconia.

All’equatore tra gente sconosciuta. Ma tutto porta a delle precise conseguenze. Si snoda i capelli, così strani per il loro morbido andamento tra tutti quei capi crespi o riccioluti. Attende un segno tra quelle stelle così limpide. Attende di essere salvata dal suo stesso, atroce romanticismo.

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Commenti   

 
0 # Libera 2010-04-13 10:48
Il tuo atroce romanticismo ti fa specchiare in stelle limpide, parole morbide e occhi che si innamorano di tutto.
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0 # \n\amicu\ 2010-04-13 10:49
Cambia le tue forme, ma conserva la tua essenza.
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0 # google apps at rita 2016-02-08 21:48
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