Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

MUSICA

Double deck, il fango e le rose. Intervista a Don Diegoh.

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don diegohDon Diegoh è un ragazzo del sud, uno dei tanti che ogni giorno sentono il disagio dei sogni bruciare sotto la pelle, uno dei pochi che quel fuoco riescono a farlo divampare dentro ad un microfono. Don Diegoh è un ragazzo di Crotone ed è un rapper, uno capace di usare le parole per raccontare, di usare la musica, di fonderle e di regalarle.

 Il fango e le rose. Una realtà pesante come un macigno ed un microfono per farle spuntare le ali, per farla volare via. I pezzi di Don Diegoh sono essenzialmente questo: sono fango, sono rose. Fin dalla copertina il suo ultimo disco è un inno alla doppia essenza delle cose, a quei significati contrastanti tra i quali si snoda la vita. Double deck è il quarto lavoro del rapper di Crotone e nasce dalla vertigine di chi sta in bilico tra il racconto di una vita difficile da accettare e la poesia, quella nascosta dietro ad ogni angolo di strada, nei piccoli particolari, nel pensiero, nei sogni. Il rap di Don Diegoh è la voglia di non cedere al confine tra le lacrime ed il sorriso, la capacità di ricercare l’armonia che corre tra l’una e l’altro, di trasformarla in linee di basso, scratch e un cantato martellante e sentito. Questa è la magia chiusa dentro pezzi come Crotone state of mind o So di chi è. Questa è la musica capace di far battere quelle stesse ali il cui peso sarebbe in grado di tenerci schiacciati a terra. 

 

Un disco molto sentito e ricco di collaborazioni, come nasce un lavoro come Double Deck?


Nasce in uno di quei periodi in cui non hai più nulla da perdere, in cui slitti dolcemente da un giorno all’altro. L’unica cosa che puoi fare è mettere ordine. Mettendo ordine ti accorgi che sputare tutto con eleganza e con gli ornamenti del caso su un supporto magnetico è una conseguenza naturale. Vivo a Roma da quasi 2 anni e in questo tempo ho visto prevalentemente più i bassifondi di questa città che i suoi monumenti. Questo mi ha stimolato voglia di fare chiarezza non solo sotto quell’aspetto interiore (bisogni che per un ventitreenne come me sono quasi fisiologici) a cui accennavo pocanzi. Ho provato a ingrandire vari lati e angoli della realtà che mi circonda.

Il resto lo fanno il suono, fornitomi da vari collaboratori illustri, e il mio background musicale (non strettamente hip hop).


Quanto è importante il movimento massive calabrese e quello dell'hiphop romano con cui collabori? Oltre alle collaborazioni senti che la tua musica viene influenzata anche da altri giovani artisti del movimento?


L’hip hop in Calabria è una realtà ormai solida. In ogni provincia del nostro territorio vi sono a mio avviso talentuosi esponenti. Ci tengo a precisare che non parlo solo di rapper. Lo stesso dicasi per Roma, dove però, trattandosi di un bacino di utenza più ampio, è più facile ravvisare esempi da… non seguire.

Alla seconda domanda ti rispondo molto serenamente: no.

Certo è che spesso l’hip hop genera casi di ridondanza. Il che significa che molte basi musicali sono create seguendo strutture e metodi pressoché simili per arrivare meglio all’ascoltatore. Il rischio di chi le interpreta è spesso il medesimo di chi le produce: Si sceglie di cantarci in maniera “già sentita”, anche inconsapevolmente; ma è come sfondare un portone già aperto.

 

Nei tuoi pezzi c'è tanto Sud. Un Sud del passato, quello dei ricordi di un bambino e di un ragazzo. C'è il Sud presente con i suoi disagi e le sue fragilità. Ma come immagina Don Diegoh il Sud futuro? E che futuro c'è per la musica al sud?

 
Ti ringrazio per questa domanda. Parto da una frase del sottoscritto, presente in So di chi è, uno dei brani dell’album Double Deck. Il testo si chiude con la frase “Vegeta chi resta, torna a vivere chi parte”. Volendo essere onesti infatti, quando scendo a Crotone come tutti i miei amici per vacanze e festività, dopo un po’ non resisto. Sento che arriva il momento di cambiare aria, perché qualcuno o qualcosa vuole che il Sud degli ultimi anni spenga le menti. I due quesiti che mi hai posto sono a mio avviso correlati peraltro. Ritengo che sia la gente a fare la musica, a sceglierla. Se la gente non vive la propria terra, non sceglie la musica adatta a valorizzarne i principi e le bellezze. Si lascia trasportare da correnti che vengono da lontano. Volendo fare un esempio spesso non vedo un netto distinguo tra un amante della musica e un amante dell’immagine dell’artista dalle mie parti. Tirando le conclusioni mi chiedo come è possibile creare un movimento musicale al Sud se manca… il movimento? Non voglio sembrare pessimista… sono pessimista! Nonostante questo però c’è un fatto che mi fa sperare un minimo: E’ risaputo che a scuola la ragazza di campagna è più brava della ragazza di città. A buon intenditor…

Guarda il video Take This.

Guarda lo space di Don Diegoh.

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