Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

MUSICA

The sound remain the same.

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Shopping natalizio, vetrine che s’inseguono ed in ogni negozio, ad ogni nuovo acquisto una diversa colonna sonora sputata fuori da altoparlanti invisibili, nascosti chissà dove. Un mix disorientante di stili e strumenti, di voci e di suoni che, in poche ore, intasano la nostra mente senza lasciare traccia, senza scavare solchi nella memoria.

E se le poche ore dedicate agli acquisti natalizi non fossero semplicemente una parte della nostra vita ma la manifestazione di un modus vivendi? Se fossero solo il momento in cui è più evidente quella tendenza che Andrea Pazienza definiva come “produci, consuma, crepa”? 

Le prime righe di questo articolo allora potrebbero suonare come una metafora, solo un’immagine di quello che è il destino di molta della musica pop: diventare musica da consumo, un altro semplice prodotto usa e getta. Era a questo fenomeno che si ribellavano band ed artisti del prog e dell’era psichedelica quando incidevano brani di quindici minuti capaci di superare nelle classifiche di vendita le canzonette da varietà. E’ per questo motivo che, tutt’ora, moltissimi artisti inseriscono nei loro brani strumenti, suoni e melodie ancestrali. Vibrazioni antiche di millenni, che non sono state travolte dalla globalizzazione e dai campionamenti perché troppo vicine all’unico suono a cui l’uomo non riesce a rinunciare: quello dei sogni. Dai celti ai boscimani, dagl’inuit ai pellerossa, tutti i popoli della terra hanno costruito e usato strumenti in grado di imitare il canto degli uccelli, i lamenti funebri o le nenie, tutti seguivano, col ritmo, il battito del cuore.

liutaiNoi calabresi invece? Anche i nostri antenati, sia che arrivassero dal mare o avessero valicato il Pollino, qualsiasi fosse il loro credo o il colore della loro pelle, ci hanno lasciato in eredità uno stuolo di tamburi, pifferi e cetre  al cui suono avevano affidato le loro storie, i loro ricordi. Oggi, in piena globalizzazione, una generazione figlia delle più disparate influenze musicali ha deciso di tornare nella soffitta della memoria e spazzar via in un accordo la polvere dei secoli che aveva appesantito le corde della chitarra battente. Proprio da questo strumento parte il nostro piccolo viaggio alla ricerca dei suoni ritrovati. La chitarra battente è lo strumento che più di tutti rappresenta l’anima della musica calabra. Anche se è diffusa in tutto il Sud d’Italia e, con qualche variante, in altre zone del Mediterraneo, questo strumento, di chiara derivazione araba, è divenuto nei secoli la spina dorsale del suono dei cantastorie calabresi ed è stato il primo banco di prova per le giovani mani di artigiani eccelsi come i fratelli De Bonis, liutai di Bisignano (CS), che negli anni scorsi hanno creato chitarre, mandole e mandolini per artisti di fama mondiale. Il suono corto e squillante delle chitarre battenti, frutto di una cassa armonica più lunga e sottile rispetto a quella della chitarra classica, costringe il musicista ad una continua percussione sulle corde. Proprio da questa tecnica esecutiva deriva il nome dello strumento che, assieme alle mandole, alla lira calabrese e ai mandolini, noi, saccheggiati dai pirati saraceni, rubammo ai saccheggiatori. Altri strumenti… altre invasioni. Con i normanni arrivò in Calabria la musica del Nord Europa e se qualcuno non riesce a ritrovarne le tracce è solo perché gli strumenti originali sono stati riveduti e corretti dai nostri avi a seconda delle loro esigenze sonore e dei materiali a disposizione. I flutes celtici si sono mescolati ai pifferi che arabi e greci già utilizzavano, ma il loro eco è ancora presente negli zufoli di canna e soprattutto nelle pigole e nelle ciaramelle (terribilmente simili ad alcuni pifferi francesi). Le cornamuse sono diventate le nostre zampogne o forse hanno solo aiutato l’evoluzione di uno strumento che già esisteva. Se nei certosini tedeschi di San Bruno, il canto gregoriano conobbe cori e cantori  dell’Europa gotica, già i monaci basiliani venuti dall’est avevano insegnato a questa povera terra la sacralità della musica. Al suono di tamburi larghi e sottili, suonati velocemente con il palmo ed il dorso della mano, si sarebbero manifestati l’estasi e il trasporto di un esorcismo collettivo conosciuto come taranta. Gruppi etnici e moderni cantastorie hanno riscoperto l’uso di questi strumenti e il fascino di quei confini che gli aborigeni australiani chiamano linee dei canti. Non dogane per i suoni o una nuova forma di devolution culturale ma un senso d’appartenenza ad un’identità meticcia fatta di ricordi, riti e canti che ci hanno reso un popolo e ancora suonano al ritmo di una chitarra battente.

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Commenti   

 
0 # Cecè Alampi 2010-04-20 16:32
Bravissimo. Complimenti per la cultura e la ricerca. Il tuo articolo è una bella poesia, è una pagina lirica appassionante che riscopre le nostre importanti radici. tuo omonimo di cognome.
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0 # Giuseppe Condò 2010-04-20 16:32
Complimenti per l'articolo- davvero molto bello - paradigmatico di come sia ancora possibile "fare cultura" nella nostra terra.
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0 # Gianni 2010-04-20 16:33
Il sapore e il gusto della tradizione; la fierezza della sicura appartenenza ad una terra scura e ad un mare azzurro; l'odore del suono, mai svenduto ma neanche mai conquistato... Come hai scritto, è il ritmo del cuore che detta il tempo... Grande articolo. Bello. Molto ....
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0 # Nino 2010-04-20 16:33
Grazie. Sono contento che ti sia piaciuto. Non so se rende giustizia all'argomento trattato...cred o veramente che suono, istinto, ritmo siano troppo anche per la parola.
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