Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

LIBRI

Raffaele Calabretta. Il film delle emozioni.

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Confesso che ho intrapreso la lettura del libro di Raffaele Calabretta con qualche pregiudizio, non tanto nei confronti dell’autore che conoscevo pochissimo, penso di conoscerlo di più dopo avere letto il libro, quanto per il tipo di libro che immaginavo di avere per le mani. Un racconto autobiografico.

 

Amo poco leggere storie autobiografiche. Non solo mi dà l’impressione di violare il privato altrui, ma anche, in un certo qual modo, di consentire a chi scrive, alle sue parole e quindi ai suoi pensieri, di entrare nelle mie emozioni, insomma di stabilire una connessione con i miei pensieri più intimi.

Un pregiudizio giustificato. Il film delle emozioni appare non solo come il racconto della vita dell’autore, delle sue ansie e delle sue aspirazioni, delle sue paure e delle sue frustrazioni, ma anche la dissezione ossessiva, l’analisi continua, spietata perchè senza ritegno e riserva, dei pensieri dei turbamenti delle emozioni.

Ed è proprio questa analisi, questa dissezione ossessiva e “scientifica” a trasformare i Dolori di questo Werther non più tanto giovane, i Tormenti di questo Torless dell’era digitale, in qualcos’altro che risulta veramente coinvolgente, intrigante direi.

Nel libro infatti, alla ribalta non sono tanto i pensieri e le emozioni del protagonista, quanto un ragionamento su come si formano, si trasformano e si formulano i pensieri le emozioni, le ansie, e le paure a partire dalla paura della morte. Ed in parallelo il tema della storia, la sceneggiatura del film che il protagonista dichiara di voler realizzare fin dalle prime pagine, diventa il racconto di come nasce un libro che vuole essere una sceneggiatura di film, un ragionamento sui meccanismi di espressione della creatività ed anche, quasi di striscio, la descrizione di un certo ambiente romano, che può essere considerato molto creativo, dentro cui si muove il protagonista.

Nel “Film delle Emozioni”, Raffaele Calabretta ci mette di tutto: e.mail che invia e riceve in risposta, brani del suo diario, spezzoni di conversazioni con i suoi amici, con la sua donna, con la sua analista, articoli scientifici, qualche pensiero politico, bozze e progetti di improbabili sceneggiature e sopratutto le sue ossessioni tra cui la ricerca del successo. Un successo che non è la tensione al raggiungimento di un obiettivo, la  forte voglia di raggiungere un traguardo, ma risulta un cocktai di ansia, di piacere, forte desiderio di riconoscimenti, creatività frustrata e timore ossessivo di non farcela, di non essere sempre all’altezza.

Ossessioni che non sono solo riconducibili, come vorrebbe farci credere il protagonista, alla forte figura dell’Alma Mater, ma ad una impossibilità esistenziale di essere protagonisti della propria vita, ma solo del film della propria vita.

Raffaele Calabretta  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Nasce a Satriano nel 1963, vive a Roma dove è ricercatore all'Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR. Si occupa di ricerche simulative sull'evoluzione del cervello. Ha scritto saggi e tenuto seminari per l'Accademia Nazionale dei Lincei, il Konrad Lorenz Istitute di Vienna, la Royal Society di Londra, il Santa Fe Istitute, la Yale University e l'UNESCO.

Così si racconta nel suo sito (tutto in inglese):

...I work in a relatively new research field, which is named Artificial Life. The main goal of this kind of research is the simulation and synthesis of living systems into a computer in order to understand "life as it is" and "life as it could be" (Langton, 1989). A few years ago I started a collaboration with evolutionary biologists...

   
   
   
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