Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

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la Calabria di Murat nel libro Mistero Bizzarro di Mimmo Loiero

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Mimmo LoieroArticolo di Stefania Asuni. Tratto dalla Presentazione del libro Mistero Bizarro

Mimmo Loiero è un autore appassionato, un lettore innamorato, un creativo della parola e delle immagini.Uno “studiofilo” più che studioso ed esperto. Lo studio, inteso alla latina maniera, come studium, cura e passione per la conoscenza. Scrive da tempo sui giornali locali e su numerosi blogs, si è occupato di politica, di Sud, di Calabria, della sua città, di turismo, di marketing, di movimenti, di partiti, di inchieste giornalistiche,

oltre ad essere stato direttore redazionale dell’EFFEMME Edizioni di Chiaravalle Centrale e fondatore del mensile Il Calabrone; egli si affida alla magica forza della scrittura con la consapevolezza e l’esperienza di un attento osservatore, di un critico sagace che con la penna disegna un mondo entusiasmante, misterioso!

La sua esigenza narrativa nasce dal desiderio di comunicare, soprattutto alle nuove generazioni, le origini e i motivi di una rivoluzione partenopea che lo stesso Loiero definisce “sconfitta”. Vuole così coinvolgere il lettore nell’indagine complessa e minuziosa delle cause, nella lettura del brigantaggio non come fenomeno da mitizzare o demonizzare a priori, ma come espressione di un popolo che reagisce al potere perché ha vissuto la sopraffazione e la privazione della libertà. È proprio qui che nasce la figura emblematica di Micu‛u Surdu, giovane brigante che, dapprima inseritosi nella banda del Bizzarro con l’illusione di combattere e far trionfare l’eroicità del popolo ferito, dopo varie vicissitudini ed esperienze sul campo, si rende conto della natura infida dell’ardito combattente, prendendone le distanze. Egli è, in ultima istanza, il vero vincitore del racconto: la sua «feroce efficienza», la fiducia in un mondo altro, un’America grandiosa sognata ad occhi aperti, gli permettono di gestire le difficoltà e le sotterranee e intricate situazioni della vita da brigante.

Tante sono le sfaccettature di una storia che appare lontana dalla storia ufficiale dei libri di scuola. Una storia autentica, espressa attraverso le rappresaglie e le scorrerie dei briganti, il grido di una madre inerme che vivrà un dolore enorme e soffocante o ancora tramite la dettagliata presentazione di Omuranda, personaggio cruciale nella storia, al centro di una lenta rivoluzione conoscitiva, leit motiv di tutto il libro.

La scena socio-culturale e politica in cui si realizza il canovaccio di Mistero Bizzarro è quella dell’Italia napoleonica. Ricorderemo tutti i versi dell’ode A Bonaparte liberatore, in particolare nei versi «Italia, Italia […] Su l’orizzonte tuo torna l’auroraannunziatrice di perpetuo sole» scritti da Foscolo per esprimere il moto di speranza a cui la discesa dei Francesi dava occasione. La popolazione sentiva l’urgenza di una stabilità e la caduta degli antichi governi metteva in luce un’intrinseca fragilità.  Erano assai diffuse le idee di libertà e democrazia, le esigenze di trasformazione sociale proprie del pensiero giacobino.

Al centro-nord, con la ribellione, nel 1796, di Reggio Emilia al duca Ercole III d’Este e con la conseguente creazione della Repubblica cispadana, così come al sud, con la proclamazione del Repubblica partenopea del ‘99, serpeggiava il desiderio di neutralizzare l’invasione straniera e raggiungere l’indipendenza.

Insistendo sul fallimento della Repubblica partenopea, Vincenzo Cuoco, nel suo celebre Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli (1801), parla di una rivoluzione “passiva”, importata dall’esterno, estranea allo spirito e alla comprensione delle genti napoletane. Non si approfondisce abbastanza l’importanza che Napoli avesse raggiunto in questo periodo: era una delle maggiori metropoli europee dal punto di vista industriale, politico e culturale. In campo giuridico, uno su tutti fu il giovane Gaetano Filangieri, il quale, con la sua opera “Scienza della legislazione”, può essere considerato tra i precursori del diritto moderno.

In un noto saggio del 1997, Roberto Maria Selvaggi parla di “primato perduto della siderurgia meridionale”, alludendo a realtà quali la Real Fabbrica d’Armi di Torre Annunziata, dove sin dal 1759 venne standardizzata la produzione di fucili, o il sistema di ferriere di Mongiana-Ferdinandea-Serra, le fonderie di armi, munizioni e macchinari, che – come si legge in Storia della Calabria. Dall’antichità ai giorni nostri[1] di Augusto Placanica, operavano dietro le commesse dello stato borbonico e costituivano un punto alto dell’industria meridionale. Nel 1789 il governo di Ferdinando IV bandì un concorso per un viaggio di studi mineralogici e di aggiornamento tecnico per iniziare la preparazione di esperti napoletani e tra i sei vincitori spiccarono il pugliese Matteo Tondi e il salernitano Carmine Antonio Lippi, al quale si dovrà l’ideazione del primo ponte in ferro costruito in Italia, quello sul Garigliano, in Campania.

In questo panorama sociale, politico e culturale, la Calabria rappresentò la regione del Mezzogiorno più preparata a recepire e a far propri i messaggi rivoluzionari, infatti per tutti gli anni Novanta del Settecento si era sviluppato tra gruppi di intellettuali ed esponenti della borghesia delle professioni un dibattito serrato sulle trasformazioni da attuare nel tessuto sociale e produttivo del paese.

Accanto a queste spinte di rinnovamento si manifestarono tendenze opposte, improntate alla restaurazione del vecchio stato borbonico. Dopo il terribile terremoto del 1783, fu istituita la Cassa Sacra, il cui compito era rinnovare nelle zone colpite la stratificazione fondiaria, mettendo in atto forme di ridistribuzione di terre appartenenti alla Chiesa, di cui fu beneficiaria solo la borghesia che, recintando le terre, provvide a vietarne l’utilizzo ai contadini poveri.

A seguito di ciò e dei tributi introdotti dalla Repubblica partenopea, molti comuni calabresi furono pronti ad ingrossare le fila dell’«armata cristiana» del Cardinale Ruffo. Calabrese di nascita, nato a San Lucido, giunse da Palermo a Villa San Giovanni, dove, su incarico del re Ferdinando IV, predispose il piano d’attacco alle repubbliche giacobine, raccogliendo le persone più disparate: preti, soldati congedati, briganti, delinquenti liberati dalle carceri. Dopo Crotone, per tradimento o per resa, caddero Catanzaro, Cassano, Rossano, Paola, Cosenza e nelle piazze su cui sorgeva l’albero della libertà, simbolo della Repubblica, fu eretta la croce bianca. Come dice John Alexander Davis nel saggio Rivolte popolari e controrivoluzione nel Mezzogiorno[2], «non vi era un’unica “armata cristianissima” ma una massa di bande localizzate che si ricostituivano lungo la strada ad ogni nuova città o villaggio da riconquistare.»

Il decennio napoleonico, durante il quale la Calabria passa sotto il dominio francese, che si conclude con la fucilazione di Gioacchino Murat a Pizzo Calabro nell’ottobre del 1815, è segnato dal ritorno al potere di molti tra coloro che sostennero la repubblica napoletana del 1799, rimasti vittime della reazione borbonica seguita alla vittoria della controrivoluzione sanfedista del Cardinale Ruffo.

A trapiantare la Carboneria in Italia fu un commissario politico ed ex deputato giacobino, Briot, venuto a Napoli al seguito di Giuseppe Bonaparte nel 1806. Originario della Franca Contea, nel ‛99 aveva pronunciato nel parlamento di Parigi un violento discorso in favore dell’unità italiana contro la politica del Direttorio. Briot faceva parte di una confraternita locale di boscaioli, cacciatori e contrabbandieri che si chiamavano charbonniers, carbonai.

Ma com’era costituita la Carboneria? La sua struttura era regolata rigidamente dall’alto e di impianto piramidale (apprendista, maestro e gran maestro), il comportamento doveva essere ispirato alle regole della massima segretezza e San Teobaldo venne riconosciuto come protettore della setta. Per tale motivo, ma anche per il gusto del travestimento e del vocabolario cifrato, si fece ricorso a nomi, espressioni e simboli tipici di uno dei più antichi e miseri mestieri del popolo: quello dei carbonari.

«La Carboneria – sostiene Indro Montanelli in Storia d’Italia[3] - era un derivato, un amalgama di molte altre sètte, ognuna delle quali aveva portato qualcosa di suo, spesso in contraddizione con quello delle altre. […] Le sètte pescavano i loro adepti soprattutto nei ceti medi. Abituati da secoli a restare esclusi dal potere, essi avevano avuto l’occasione per inserirvisi e diventare i protagonisti.»

La ripresa dei Lavori nelle Logge massoniche, mentre sul trono ritornano i francesi, prima con Giuseppe Bonaparte e poi con Gioacchino Murat, è fortemente condizionata alla volontà del potere, tanto è vero che – come scrivono Armando Dito e Giuseppe Logoteta in “Rivista Massonica[4] - Gioacchino Murat ne era il Gran Maestro e Giuseppe Zurlo, Ministro della Difesa, Gran Maestro Aggiunto. Tale condizionamento induce a scegliere la Carboneria per continuare ad edificare templi alla virtù.

La rottura definitiva tra Carboneria e murattismo sarà poi segnata dall’impiccagione di Vincenzo Federici di Altilia (il “nostro” Capobianco), avvenuta a Cosenza il 26 settembre 1813, considerato il vero capo dell’Istituzione in Calabria.

Borbonici e Francesi aiutarono l’espansione della Carboneria, senza però riuscire nell’intento di servirsene come strumento di potere, in tal modo essa seppe infondere nei cuori dei montanari calabresi il sentimento nuovo della patria, e da allora i Calabresi incominciarono a sentirsi italiani.

La polizia di Murat calcolò che fra il 1806 e il 1811 in Calabria esistevano 5.421 briganti, la maggior parte dei quali contadini poveri, braccianti e pastori, cui si aggiungevano individui di varia origine: soldati sbandati, monaci, preti, assassini latitanti, contrabbandieri, ladri.

Come si arrivava allo status di brigante e brigantessa? All’origine vi era un reato grave, un omicidio, un ferimento, una colluttazione con le forze dell’ordine, a seguito dei quali si preferiva scegliere la latitanza e aggregarsi a bande brigantesche già esistenti piuttosto che sottoporsi al giudizio dei tribunali. Costituite da componenti con un’età media tra i 20 e i 40 anni, le bande erano caratterizzate da una notevole capacità di resistenza e da un radicamento forte nella loro condizione di illegalità (cfr. P. Bevilacqua, Storia della Calabria, Editori Laterza, Roma-Bari, 2001, pp.78-79).

Ritornando, perciò al nostro Mistero Bizzarro, esso non ha la pretesa di essere un saggio storico, né si vanta di scoperte sensazionali; semplicemente dà voce in maniera leggera e accattivante ad eventi importanti che la Calabria e l’Italia non hanno mai raccontato fino in fondo, battaglie di cui non si conosce neppure l’esistenza, uomini che ancora oggi rimangono estranei a quella storia “alta” fatta di eroi e slogan da pubblicizzare.

Un libro animato dal potere delle immagini e dalla forza delle allusioni simboliche con cui si esalta la personalità della Calabria Ultra, di un Sud spesso dimenticato proprio dai suoi stessi cittadini che forse adesso ha voglia di uscire allo scoperto.



[1] Augusto Placanica, Storia della Calabria. Dall’antichità ai giorni nostri, Meridiani Libri, Catanzaro, 1993, p. 316.

[2] P. Bevilacqua, Storia della Calabria, Editori Laterza, Roma-Bari, 2001, pp. 72-76.

[3] Indro Montanelli, Storia d’Italia, RCS libri, Milano, vol. 4, 2003, pp. 268-272.

[4] Armando Dito, Giuseppe Logoteta massone e giacobino, in “Rivista Massonica” n. 10, dicembre 1977, pp. 609-610.

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