Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

ECONOMIA

Mercato del lavoro meridionale.

Dettagli

Dalle Linee del Rapporto Svimez Luglio 2007

6. LE ANOMALIE DEL MERCATO DEL LAVORO MERIDIONALE: RIPRENDONO
MIGRAZIONI E PENDOLARISMO, SI RIDUCE LA PARTECIPAZIONE AL MERCATO DEL
LAVORO
Il dato medio relativo al 2006 evidenzia andamenti non molto dissimili dell’occupazione tra Mezzogiorno e Centro-Nord, dopo tre anni di profonda divaricazione. Il numero delle persone occupate è aumentato lo scorso anno, nel Centro- Nord, di 320 mila unità, pari al 2,0%, e di 105 mila unità, pari all’1,6%, nel Mezzogiorno. Nelle regioni meridionali la ripresa dell’occupazione segue un triennio di tendenziale flessione in cui gli occupati si erano ridotti di 69 mila unità.


Il miglioramento nell’andamento dell’occupazione meridionale, oltre ovviamente a non incidere sulla entità dei divari con il resto del Paese e con l’Unione europea, non riesce ad invertire alcune tendenze di carattere strutturale che hanno caratterizzato il mercato del lavoro al Sud negli ultimi anni: la ripresa delle emigrazioni stabili e temporanee verso il Nord e la sensibile contrazione della ricerca di lavoro. Si tratta sostanzialmente di due fenomeni entrambi alimentati dalla persistenza al Sud di un sistema produttivo ed economico di dimensioni tali da non soddisfare la domanda di lavoro espressa nell’area.
Con riguardo al primo di questi fenomeni, le migrazioni, va sottolineato come a partire dalla seconda metà degli anni ’90 si sia assistito ad una ripresa della mobilità residenziale di apprezzabile intensità ma con caratteristiche decisamente diverse dal passato. Nella fase più recente, infatti, è prevalente il coinvolgimento della componente giovanile più scolarizzata. A ciò si aggiunge che, in ragione dei bassi livelli retributivi e di una più marcata precarietà del lavoro che i giovani migranti meridionali trovano nel Nord, accanto alla classica mobilità di lungo periodo rilevabile dalle anagrafi comunali, se ne va affermando un’altra, più precaria, costituita dagli spostamenti che superano il consueto pendolarismo giornaliero. Si tratta di spostamenti temporanei legati ad attività di lavoro che superano la quotidianità ma che non comportano cambiamenti di residenza anagrafica. Sulla base delle risultanze delle rilevazioni delle anagrafi comunali e della Rilevazione continua delle forze di lavoro, nel Rapporto si fornisce una prima stima del numero degli abitanti delle regioni del Mezzogiorno che si trasferiscono a vario titolo nelle regioni del Centro-Nord.
Con riferimento all’ultimo anno di disponibilità dei dati, i meridionali che hanno trasferito la loro residenza nel Centro-Nord sono oltre 120 mila, a fronte di 60 mila circa che dal Centro-Nord fanno il percorso inverso (si tratta soprattutto di anziani che rientrano o di impiegati pubblici che ottengono il trasferimento), con un effetto netto in uscita di circa 60 mila unità. Gli spostamenti temporanei, legati a pendolarismo Sud/Nord, si possono stimare in circa 150 mila unità. Nel complesso, quindi, si sono spostate dal Sud verso il Nord circa 270 mila persone, un dato certamente rilevante se si pensa che nel triennio 1961-63 di massima intensità migratoria si trasferirono dal Sud circa 295 mila persone all’anno. Allora i trasferimenti avevano però natura permanente, generalmente imposta oltre che dalle maggiori difficoltà nei trasporti, da contratti di lavoro quasi esclusivamente a tempo indeterminato. In questa nuova fase, invece, la maggiore precarietà occupazionale associata alle migliorate condizioni di trasporto, le accresciute aspettative nella qualità della vita e, non ultimi, gli elevati costi di stabilimento (degli affitti, in particolare), concorrono a favorire spostamenti temporanei.
Ciò che non sembra differire nella nuova fase rispetto al passato, è la determinante iniziale di tali flussi che, nonostante gli indiscussi progressi economici e sociali intervenuti, rimane la marcata distanza tra offerta e domanda effettiva di lavoro espressa dal sistema economico e sociale dell’area meridionale.
Altro elemento da sottolineare è quello della progressiva riduzione delle persone in cerca di occupazione nel Mezzogiorno, che appare completamente indipendente dall’andamento dell’occupazione. Infatti i disoccupati sono diminuiti sia nel 2006, anno di ripresa occupazionale, sia nel precedente biennio, in cui al contrario l’occupazione si era ridotta, a dimostrazione di un trend di natura strutturale. Nel Mezzogiorno, nel 2006, il numero delle persone in cerca di occupazione è sceso sotto la soglia del milione di unità (907 mila), con una riduzione in valore assoluto, rispetto al 2000, di oltre 500 mila unità. La disoccupazione meridionale nel corso degli ultimi 6 anni si è ridotta di oltre un terzo (-37%). Conseguentemente, il tasso di disoccupazione è passato dal 19% del 2000 al 12,3% dello scorso anno, il valore più basso mai registrato. Da questi dati si potrebbe concludere che il problema della disoccupazione nel Mezzogiorno sia in fase di risoluzione. Ma le cose non stanno affatto così.
Se si va a vedere dove è andato a finire questo mezzo milione di disoccupati “scomparsi”, si scopre che circa la metà ha trovato un’occupazione, mentre i restanti 250 mila sono usciti dalle forze lavoro, cioè hanno smesso di dichiararsi in cerca di occupazione. La tendenza alla riduzione delle persone in cerca di occupazione nel Mezzogiorno si è inoltre fortemente accentuata nell’ultimo triennio e, cosa ancora più rilevante, appare completamente indipendente dall’andamento dell’occupazione. La fuoriuscita dei disoccupati non verso l’occupazione ma verso la “non attività” è un elemento di forte criticità del mercato del lavoro meridionale e richiederebbe maggiori approfondimenti, sia sulle cause sia sulle implicazioni di carattere socio-economico.
Intanto, si può dire che è certamente la carenza di occasioni di impiego ad aver determinato la ripresa delle migrazioni verso il Centro-Nord. Emerge, inoltre, uno
spostamento in avanti, lungo il ciclo di vita, dell’accesso al mondo del lavoro che sembra riflettere, per un verso, effetti di scoraggiamento dovuti alle difficoltà incontrate dai giovani nell’inserimento occupazionale e, per l’altro, l’accresciuta propensione a restare nel sistema formativo. Ma ciò che va soprattutto sottolineato, e che potrebbe costituire un elemento nuovo degli ultimi anni, è la frantumazione delle istituzioni del mercato del lavoro e la conseguente crisi delle Amministrazioni pubbliche preposte all’intermediazione tra domanda e offerta, incapaci di adattarsi alle trasformazioni indotte dal processo di flessibilizzazione della domanda di lavoro. Il riferimento va alla debolezza del sistema di formazione tecnica e professionale (incapace di rispondere alla domanda di professionalità espressa dalle imprese), ai servizi per l’impiego, al sostegno all’occupazione.
Il sistema “formale” di ricerca del lavoro è sostanzialmente inesistente nel Mezzogiorno. Non funziona il collocamento pubblico, mentre quello privato qui non è mai partito. Rimane soltanto un vasto mondo “grigio”, tra il lavoro nero, il lavoro precario e il non lavoro, che determina l’inutilità di fare azioni di ricerca di lavoro e causa flussi dall’occupazione (spesso precaria ) alla non forza di lavoro, senza passare per lo status di disoccupato. Questo della transizione al lavoro rimane un “buco nero” che alimenta peraltro l’intermediazione “politica” o, peggio, la criminalità organizzata, allontanando ulteriormente il mercato del lavoro del Sud dagli standard delle altre aree
europee.

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

   
   
   
© Adgraphisart Mimmo Loiero