Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

ECONOMIA

Lavoro e maternità.

Dettagli

Donne in carrieraIl 54,54% degli italiani è convinto che l’ostacolo che impedisce alle donne di fare carriera è la maternità.

L’82% delle donne italiane è convinta della medesima cosa.

Dove stiamo sbagliando?

 

LA RICERCA

Un gruppo di economiste dell’Università Bocconi, ha dato alle stampe da poco una ricerca intitolata: Maternità, ma quanto mi costi? Un’analisi estensiva sul costo di gestione della maternità nelle imprese italiane (Guerini & Associati Editore)

L’idea di questa ricerca è nata perché l’Osservatorio sul Diversity Management SDA Bocconi, che ha il compito di diffondere il valore della diversità nella cultura dell’impresa – composto prevalentemente da donne, quasi tutte madri di famiglia – non ne poteva più di sentirsi rispondere che le donne sono, sì,  spesso più preparate e fedeli all’azienda rispetto ai colleghi uomini MA hanno un difetto: possono generare figli.

Per questo viene spesso preferita la collaborazione di uomini…

 

I RISULTATI

La ricerca ha avuto come obiettivo fare i conti in tasca alle aziende e si è infatti scoperto che il costo della maternità è di 0,23%, percentuale paragonabile ai budget che vengono impiegati per la cancelleria e i toner.

Questo elemento è stato calcolato, dopo aver elaborato i dati forniti dalle stesse aziende, tramite un questionario redatto dalle stesse economiste.

Ciò che incide realmente è l’incertezza che segue il congedo per maternità: dover provvedere alla sostituzione, alla ridistribuzione del lavoro e all’aggiornamento della madre una volta rientrata nel suo posto.

Mamme lavoratriciMa c’è di più! Durante il corso di questa ricerca si è scoperto che i paesi in cui il congedo per maternità è più lungo e meglio retribuito, l’occupazione femminile cresce. Tra questi l’Austria e la Danimarca.

Nel nostro paese, l’occupazione femminile è del 47% - la percentuale più bassa d’Europa, ben lontana dal 60% che l’Unione Europea aveva stabilito a Lisbona.

Circa il 20% delle donne abbandonano il lavoro contro voglia dopo la nascita del primo figlio: il 67% di loro, desidererebbe lavorare. L’Istat le definisce, nel giusto, lavoratrici scoraggiate.

Gli economisti non fanno che ripeterlo: 100.000 donne in più al lavoro farebbero salire a 0,28% il Pil (prodotto interno lordo) innescando una “reazione a catena” che porterebbe un’opportunità di crescita. Questo sviluppo riguarderebbe anche quello demografico: in Italia l’indice di fecondità è tra i più bassi, mentre in paesi in cui l’occupazione femminile è alta, si ha anche un incremento demografico maggiore. Più donne al lavoro, più figli.

D’altronde in un paese in cui il costo della vita cresce sproporzionalmente ai salari e dove le donne vengono scoraggiate a lavorare quando formano una famiglia, come si può mantenere più di un figlio?

Per maggiori info: http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/cronaca/madri-istat/madri-istat/madri-istat.html

 

LE CAUSE

L’Italia NON è tra i paesi che consentono il congedo per maternità più lungo e meglio retribuito – ostacolando l’occupazione femminile – come abbiamo visto nel precedente paragrafo, e questo si deve soprattutto alle aziende, attaccate a modelli di gestione del lavoro vecchi e incentrati sui ruoli maschili; a pregiudizi sociali che vedono la famiglia (quasi) completamente sulle spalle della donna, ma anche alle donne stesse, che per prime sono convinte che l’occuparsi del nucleo familiare sia loro dovere e che non si possa fare altrimenti, ma anche perché, purtroppo, non sono capaci di imporsi sul mondo del lavoro.

Ma d’altronde si fa di tutto per impedir loro questo.

 

LA SOLUZIONE

Alcune aziende hanno già attivato i così definiti, servizi family-friendly, ma si tratta per lo più di multinazionali.

Le grandi imprese possono far fronte a costi quali gli asili nido o i campus estivi; nel nostro paese, caratterizzato da imprese piccole o medie, non vengono chiesti servizi di questo tipo, perché ovviamente le spese non potrebbero essere sostenute, ma semplicemente, avere più cultura aziendale che permetta alle donne di lavorare anche dopo la maternità: le dimensioni ridotte di un’impresa non sono una scusa per essere carenti di cultura aziendale!

Spesso ad un colloquio di lavoro, infatti, ci si sente chiedere “Hai figli? Puoi averne? Hai intenzione di averne?” Un figlio è una questione di coppia, non un problema delle donne.

E’ bene sapere che ci sono degli strumenti di cui usufruire, per poter gestire lavoro e famiglia, parallelamente.

Lavoro e maternitàI servizi family-friendly comprendono:

-Orario part-time orizzontale o verticale: le ore lavorative si concretano in 2-3 giorni di orario pieno, oppure – dove le mansioni lo permettono – in tutte le domeniche del mese o nei fine settimana.

(Le donne che richiedono il part-time riescono, in sei ore, quasi sempre a svolgere lavori che normalmente si fanno in otto)

-Fasce orarie personalizzate: gestione autonoma dell’orario di entrata e di uscita dal posto di lavoro durante il primo anno di maternità ed eventualmente oltre.

-Banca ore: le ore di straordinario si possono “convertire” in permessi retribuiti o congedi parentali aggiuntivi, rispetto alle normative vigenti.

-Job Sharing: due lavoratori dello stesso livello, si dividono le ore che servono per concludere un lavoro.

-Telelavoro: lavoro a distanza che si alterna alla presenza in sede.

Come già accennato precedentemente, quando le dimensioni delle aziende lo consentono, viene offerto ai dipendenti anche il servizio del nido, con orario pieno; quello del campus estivo interno, per coprire i periodi delle vacanze scolastiche o ancora, pacchetti di ore con l’ausilio di una baby-sitter o un tutor, che consiste nel lasciare i propri figli in azienda con l’assistenza di persone specializzate.

Come avete potuto vedere i metodi per conciliare famiglia e lavoro ci sono. Basta solo avere la voglia di metterli in pratica.

Fonte:

Articolo “Mamma quanto mi costi!” di Stefania Bonacina, pubblicato su Elle di marzo 2010.

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