Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

ECONOMIA

Speculazione dei prezzi al dettaglio sui prodotti agricoli.

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mercato frutta e verduradi Giuseppe Pizzi

Agricoltura italiana: “Cenerentola[1]” del sistema economico

Qualche giorno fa (primi di Giugno 2009), andai a comprare un po’ di frutta di stagione e vidi sui vari banchi di una ben avviata rivendita – qui a Latina – ottime nespole a quasi 6 euro al Kg. Chiedo al titolare, perché il cartellino del prezzo non la riportava come previsto dalla legge, la provenienza di quella frutta. Risposta: estero (cioè d’importazione). Mi sono detto: “E il paese – L’Italia – non era anche il paese della frutta?”

Non avendo altra scelta, perché altri tipi di frutta, come le albicocche non erano mature, optai per l’acquisto di banane poi risultate di squisito gusto.

Ma sempre importate dall’estero!

Ricordo, per l’appunto, un festival dell’allora Partito Comunista Italiano – PCI – organizzato nei primi anni ’70 nella Piazza Garibaldi (antistante la stazione ferroviaria centrale) di Reggio Calabria: in uno stand intitolato “Frutta e Verdura”, tale dicitura era stata sbarrata e al suo posto gli organizzatori avevano fatto scrivere, ironicamente, “Gioielleria”.

A dimostrazione dell’ignobile speculazione dei prezzi al dettaglio – colà riportati – dei vari prodotti agricoli.

Speculazione dei prezzi che a distanza di circa 40 anni da quella denuncia di piazza, si è “allargata” a dismisura anche sul prezzo del latte di questi giorni – denuncia un noto giornale[2] nella sua pagina economica romana: al produttore agricolo un litro di latte viene pagato, in media, 30-35 centesimi e poi al dettaglio (cioè al consumo) lo paghiamo 1,50 € circa, anche a fronte dell’aumentata presenza di intermediari della commercializzazione di quel prodotto.

Conclusione: un numero crescente di piccoli e medi produttori di latte – tra cui una media azienda agricola che giornalmente produceva circa 150 quintali di latte – hanno chiuso i battenti e molti altri saranno costretti a farlo se la politica agricola comune europea - P.A.C. – e quella nazionale (dicastero Politiche Agrarie, Alimentari e Forestali), non “cambieranno musica”, adottando adeguate misure di sostegno non solo ai produttori di latte in crisi ma anche al resto degli operatori agricoli ( agrumicoltori, soprattutto).

Le aziende laziali – e non solo queste perché la crisi “tocca” i produttori di latte a livello nazionale – chiudono perché non riescono a contenere i costi di produzione, “ma intanto la lunga filiera, passaggio dopo passaggio, fa aumentare il prezzo del latte dalla stalla alla tavola del 300%”. (Denuncia la Coldiretti)[3].

Come dire: prezzi del latte dalle stalle alle stelle…(il latte di capra viene pagato agli allevatori sardi 40/45 cent/euro al litro, ma un chilo di formaggio pecorino al supermercato arriva a costare 20 euro al chilo: 4000% in più).

Nel comparto ortofrutticolo la carota è divenuto un ortaggio per ricchi.

Secondo gli ultimi dati (Settembre 2005) dell’osservatorio ISMEA del Governo, subisce una moltiplicazione del prezzo di oltre 10 volte: dal campo alla tavola l’aumento è del 1011%.

Radicchio, cipolle e uva subiscono aumenti vertiginosi dal campo alla tavola: il radicchio (insalata) sale del 782%, le cipolle del 567% e l’uva da tavola del 353%.

mercato pesceLa speculazione “vorticosa” sui prezzi oltreché nel comparto ortofrutticolo e lattiero-caseario, non risparmia alcuni servizi o la pesca.

In quest’ultimo settore il prezzo medio alla produzione (pescato) era stato stimato per l’anno 2003 in 4,68 euro per chilo, con un aumento (incremento) del 2,75% rispetto all’anno precedente (cioè il 2002): un aumento fisiologico (cioè normale). Ma ai pescatori – denuncia la giornalista del quotidiano “La Repubblica”, L. Granello (1 Aprile 2003) – vanno poche manciate di euro a fronte di prezzi decuplicati sui banchi delle rivendite.

La Coldiretti, in una sua ricerca di alcuni anni fa, aveva evidenziato la “marginalità” della nostra agricoltura rispetto agli altri settori economici (industria, commercio ecc.).

Nel 2004 – affermava la Coldiretti – ogni famiglia italiana spendeva mediamente 451 euro al mese per alimenti e bevande, di cui il 51% andava al commercio, il 30% all’industria alimentare e solo il 19% alle imprese agricole.

Un’ulteriore “bolla” speculativa la effettuavano i dettaglianti di frutta e verdura, che non esponevano i cartelli di provenienza della merce venduta come imposto dalla legge, cosicché, un prodotto estero come ad esempio le mele cinesi, sottopagate e quindi a buon mercato, veniva poi rivenduto allo stesso prezzo della medesima merce italiana.

Nell’anno 1976, Selvino Bigi, - sull’ex mensile “Il Comune democratico[4]”, - cifre alla mano, denunciava la grave crisi agricola italiana: dobbiamo importare il 40% dei prodotti alimentari che consumiamo, prodotti che potremmo produrre in Italia; il reddito dell’agricoltura aumentava in termini reali poco più dell’1% all’anno.

I dati dell’Istituto Centrale di Statistica (ISTAT), riguardanti il primo trimestre 2009, evidenziano un notevole calo della produzione industriale (- 16,7% su base annua) in termini di valore aggiunto; mentre il calo è più contenuto nei servizi e nell’agricoltura. Quest’ultima ha fatto segnare una lievissima ripresa trimestrale: + 0,1%.

 


[1] Cenerentola: “Persona o cosa tenuta in scarsissima considerazione” – Da “Il dizionario della lingua italiana”. Edizione Edumond Le Monnier S.p.A. – Firenze. Autori: G. Devoto e G. C. Oli – Anno 2002-2003.

[2] Quotidiano “La Repubblica”, martedì 9 Giugno 2009, Pag. XIII. Titolo articolo: “Latte, la crisi dei prezzi troppo bassi chiudono a centinaia le stalle laziali”, a firma Alessandra Paolini.

[3] COLDIRETTI – Confederazione Nazionale dei Coltivatori Diretti – è l’organizzazione professionale e sindacale dei coltivatori italiani di terre – E’ stata da sempre serbatoio di voti dell’ex partito di maggioranza relativa Democrazia Cristiana (D.C.) e di fatto rappresentava l’azionista politico di controllo della bancarottiera ex FEDERCONSORZI – Federazione Italiana Consorzi Agrari. I quali per statuto erano i soci di capitale della stessa Fedit. Inoltre Coldiretti, Alleanza dei Contadini e varie organizzazioni sindacali hanno dato da sempre il loro fattivo contributo alle varie Giunte regionali per completare il decentramento regionale in materia agricola e per “rimodulare” il rapporto tra Regioni e Istituti, quali gli Enti di Colonizzazione e Sviluppo Agricolo – ESA – o l’AIMA (ora EIMA): Azienda di Stato per gli Interventi nel Mercato Agricolo. Il compito dell’EIMA è quello di garantire prezzi remunerativi per i produttori. Mentre quello degli ESA (oggi quasi tutti soppressi dopo il completamento del decentramento alle regioni a statuto ordinario della materia agricola) era d’intervenire nei settori del miglioramento fondiario e dell’incremento della produttività agricola regionale o infraregionale. Al posto degli ESA sono subentrati gli ERSA – (Enti Regionali Sviluppo Agricolo).

[4] L’articolo di S. Bigi sul mensile “Il Comune Democratico” (anno 1976), s’intitola “Strutture Centrali e Sistema di Potere nelle Campagne”, Pag. 55.

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