Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

CRONACA

Rosarno, la rogna e il ministro Maroni.

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rosarnoRognetta. Si chiamava così il lager di Rosarno dove fino a due giorni fa hanno "vissuto" gli schiavi d'Italia del terzo millennio. E in molti sicuramente stanno facendo di tutto perché che la faccenda appaia così. Una piccola rogna, magari dolorosa, ma in fondo senza importanza. Da grattare per farla sparire. In fretta e bene. A colpi di ruspa e di menzogne.
Una rognetta per tutta la classe politica, talmente affaccendata ad occuparsi dei cavoli propri (poltrone, affari, processi, candidature, risse, dispetti accordi e voltafaccia) che quando accade qualcosa di grosso, mostra chiari segni di sbalordimento.
- Ohiboh! Ma qui le TV non parlano più di noi? Ma che vogliono questi?
E allora eccoli là, ministri e intellettuali, destre centri e sinistre, opinionisti e mediamen, giullari e veline partire all'attacco. Eccoli là gli zombi della politica da porta a porta, le anime morte dei riti wodoo dei talk-show pronti a discettare su tutto ed il contrario di tutto. Eccoli là i devoti di santa ipocrisia con la pancia piena ed il portafoglio gonfio, dediti a sproloquiare di carità cristiana. Eccoli i reporter da sbarco affannati ad intervistare vecchiette e ragazzini sul loro razzismo a priori. Tutti pronti ad appiccicare etichette comode e fasulle. A dare definizioni di una bruciante banalità e scontatezza. In fondo poi, a cercare di riportare tutto nella semantica di casta, per loro, più comprensibile, comoda e tranquillizzante.
- " E' il buonismo della sinistra che ha tollerato l'illegalità "
- " E' il fallimento della Bossi-Fini "
- " E' il degrado e sottosviluppo calabrese. Ricordate i briganti?"
La questione Rosarno non è una rognetta che va via grattandosi e neanche solo un grosso bubbone che si possa togliere con un colpo di bisturi ma un segno, uno dei tanti, del cancro che sta divorando la società italiana a partire da sud.
Il fatto ancora più grave è che non si riesce e non si vuole vedere quello che sta succedendo, che non si riesce e non lo si vuole raccontare per come è, che si utilizzano categorie che non spiegano e non aiutano a risolvere niente.
Da una parte la favola degli immigrati buoni ed indispensabili che fanno i lavori che non vogliamo fare e dall'altra il vecchio ritornello del clandestino dell'extracomunitario, del negro musulmano terrorista, stupratore e assassino, fonte di tutti i mali.
La verità non sta nel mezzo ma da un'altra parte e la ferita infetta di Rosarno ci mostra quanto il male sia profondo.
A Rosarno, nell'Italia quinta potenza mondiale, sede del papato, culla della civiltà dello stile, del vivere dolce, c'è stata una rivolta di schiavi. Non è la prima volta in Italia. Ce ne sono state anche in Campania ed in Puglia, in Sicilia e non bisogna essere Cassandre per capire che ce ne saranno altre. Magari nella Padania.
E' stato detto e scritto. E la parola schiavi non è una esagerazione né un artificio retorico.
Gli extracomunitari a Rosarno hanno vissuto come bestie, abitato in capannoni industriali abbandonati e cadenti e dormito in silos senza aria né luce per proteggersi dal freddo, hanno lavorato per salari da fame, senza contratto, senza protezione di nessun genere, senza coperture assicurative, reclutati e organizzati da caporali crudeli e senza scrupoli che taglieggiavano un quarto di ogni giornata di paga. Ai pochi reclutati per periodi superiori alla giornata del lavoro veniva tolto il passaporto.
Anche questo è stato detto e scritto. Denunce circostanziate sono venute in questi anni da diverse parti, perfino da inchieste giornalistiche di TV locali e nazionali. Altre denunce in questi anni hanno parlato di traffico di carne umana. Di traffico organizzato. Di esseri umani da anni fatti sbarcare sulle coste calabresi e poi spariti nel nulla.
Tutto noto a tutti tranne che:
Ai Carabinieri, alle Forze di polizia, ai Magistrati, agli Ispettori del lavoro, alla Finanza, ai Nas, alle Autorità sanitarie, ai Politici, ai Servizi sociali, al Commissario straordinario che sostituisce le amministrazioni comunali sciolte per mafia, ai sindacalisti... a tutti quelli che dovevano controllare. In breve allo Stato.
Qualcuno chiederà mai conto di questo?
Qualcuno, deputato, magistrato o reporter da sbarco chiederà e si chiederà perché l'esercito dei controllori, non ha voluto o non ha potuto fare niente per impedire questa vergogna?
Qualcuno chiederà a questo esercito di controllori se, almeno, da domani, dopo lo sputtanamento di fronte a tutto il mondo, i servitori dello stato andranno nei campi, nei cantieri, nelle aziende, per le strade di Rosarno di Lamezia, di Crotone, di Castevolturno, di Casal di Principe, in Puglia ed in Sicilia, a controllare e a difendere i diritti umani di chi lavora, a contrastare la tratta in schiavitù?
Anche questa risposta la conoscono tutti.
Tranne il ministro Maroni. O forse no. La conosce anche lui ma non può ammetterlo. Come gli altri.
Eppure la risposta è semplice e nota a tutti.
Perché Rosarno, che tanto per dire, ha avuto le sue due ultime amministrazioni comunali sciolte per mafia (di centrodestra ma è solo un dettaglio poco importante), è provincia di un altro stato nello stato.
Perché chi comanda a Rosarno e in molte zone della Calabria, della Campania, della Puglia della Sicilia nonché in importanti énclaves della politica, dell'economia, della finanza anche a Roma ed in Padania, sa farsi ubbidire con le buone e con le cattive. Soprattutto perché la "macchina" dello stato è, in queste regioni, in gran parte, infiltrata, corrotta e demoralizzata e se ancora riesce a reggere, qua e là, con dignità, è solo per l'eroismo ed il sacrificio di pochi, che invece di essere premiati, pagano due volte il loro coraggio: sul fronte dello stato e sul fronte dell'antistato.
Tuttavia il ministro Maroni dichiara che lo stato ha fatto la sua parte. E nessun partito d'opposizione o di maggioranza sarà in grado di opporgli questi semplici e banali ragionamenti.
Il ministro Maroni ha anche dichiarato che secondo lui nei disordini le mafie non c'entrano e poi ha rettificato che in ogni caso è compito della magistratura.
Si starebbe perciò indagando per scoprire se nei disordini ci sia la mano dei boss. Praticamente per scoprire se l'acqua del mare è salata.
Ma ci sarà mai una indagine per scoprire i responsabili del traffico e della tratta in schiavitù dei lavoratori di colore? Ci sarà mai un tentativo vero di riconquistare allo stato questi territori? Ci sarà mai un progetto serio di risanamento della macchina dello stato?
In questi ultimi mesi un giorno si e l'altro pure il governo sbandiera clamorosi risultati nella lotta alle mafie. Potenti boss arrestati e patrimoni confiscati.
Da anni la classe politica assesta, sui giornali ed in TV, "colpi mortali" ai clan e alle 'ndrine.
Pochi giorni fa l'ennesimo imprenditore calabrese a cui avevano appena bruciato l'azienda raccontava sconsolato che, oltretutto, non sarebbe più riuscito a trovare più lavoro perché, denunciando i sospetti, non era più considerato affidabile nel giro degli appalti pubblici, né nei lavori privati.
Alla faccia dei clamorosi risultati!
Ora le TV mostrano gli sconfitti. I lavoratori di colore costretti ad andare via. Come i tanti sopravvissuti alle sconfitte nella lotta alle mafie. Lavoratori, giornalisti, intellettuali, preti, magistrati. Come i tanti professionisti imprenditori e funzionari onesti. Come le migliaia di giovani laureati che ogni anno lasciano la loro terra per trovare un futuro altrove. Non c'è posto per loro nella terra dei boss.

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