Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

CRONACA

Guerriglia a Rosarno: sud contro sud.

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rosarno immigratidi Luigi Mazza


Questa è la Calabria che nessuno conosce, perché nessuno osserva attentamente. È la Calabria delle ‘Ndrine che fatturano 44 miliardi di euro annui, ma che non attirano tanta attenzione perché le “famiglie” sanno mantenere l’equilibrio; perché se ammazzano, comunque “si ammazzano tra loro”. È la Calabria stereotipata del mafioso locale vestito come un contadino degli anni ’50 con la lupara in spalla.

È la Calabria ancora più stereotipata fatta di gente umile e ospitale, che con la sua storia fatta di emigrazione e diaspore ora sarebbe pronta ad accogliere gli immigrati e conviverci usando un po’ di sana e cristiana compassione.
Invece la strana Calabria è molto altro. Perché si muore di appalti truccati, si sparisce dall’oggi al domani. Il latifondista mafioso del Dopoguerra si è laureato, parla più lingue e porta la cravatta. La gente non è poi così ospitale, e l’immigrato è “tollerato” a patto che se ne stia buono e non pretenda di essere pagato come un italiano o di avere un tetto sotto cui ripararsi.
Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro, improvvisamente si trasforma in una banlieue. O meglio scopriamo che a Rosarno, piccola cittadina di 15.000 abitanti, c’è una città nella città: “Città di cartone” la chiamano. Non c’è elettricità, non c’è acqua. Ci vivono circa 1500 esseri umani (occorre ricordare che sono esseri umani) soprattutto ghanesi, marocchini, sudanesi e ivoriani. Affollano Rosarno nel periodo che va da ottobre a febbraio, quando si raccolgono gli agrumi, per trovare lavoro come braccianti a pochi euro al giorno. Sono i nuovi schiavi.
La cronaca di questi giorni ci consegna una cittadina in rivolta. Immigrati che protestano perché vedono i loro diritti calpestati. La popolazione che insorge e dice “noi non li vogliamo”. Ma da queste parti, si sa, la giustizia la si fa da sé. Lo Stato interviene dopo, sulle macerie. Così c’è chi imbraccia un fucile e spara sull’immigrato. Tutto inizia nel pomeriggio del 7 gennaio: a colpi di pallini da caccia vengono feriti due immigrati. La notizia fa il giro delle due strutture che accolgono gli extracomunitari, e in breve tempo si radunano 120 connazionali delle persone ferite e intanto ricoverate. Inizia la guerriglia. Oggetti lanciati contro le auto che transitano per le vie del paese, cassonetti dell’immondizia incendiati, vetrine sfondate. Qualcuno riesce ad arrampicarsi sui balconi delle abitazioni più basse e da qui a lanciare oggetti contro i passanti. Chi può abbandona le auto per strada e fugge a piedi. Dopo poche ore i feriti sono venti, tra questi anche una donna e un bambino. Un anno fa, era il 13 dicembre del 2008, era successa una cosa analoga dopo il ferimento da arma da fuoco di due ragazzi ivoriani, ma la protesta non era degenerata. Quello che avviene in queste ore è piuttosto assimilabile a quanto avvenne a Castel Volturno il 19 settembre del 2008. Anche allora immigrati stanchi che si ribellano, in quel caso dopo una strage. Anche lì gli abitanti del posto che scendono in strada contro di loro. A Rosarno come a Castel Volturno clan mafiosi che “usano” lo straniero finché gli serve e poi gli aizzano contro la popolazione locale.
Non è possibile tracciare un bilancio di quanto sta accadendo a Rosarno mentre si conclude il secondo giorno di scontri. I lanci d’agenzia parlano di 37 feriti, di cui due gravi in seguito ad aggressioni a colpi di spranghe e ad una sparatoria. Gli scontri si registrano sulla Statale 18 che collega Rosarno a Gioia Tauro, qui pare che alcune auto guidate da cittadini italiani abbiano investito cinque immigrati. Altri scontri si registrano a Laureana di Borrello. 18 sarebbero i feriti tra le forze dell’ordine. Gli immigrati continuano a radunarsi: sono 15mila in totale a vivere nella Piana di Gioia Tauro. Gli abitanti dei singoli comuni li assediano.
Il ministro dell’Interno Maroni è intervenuto con parole dure: “In tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un’immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall’altra ha generato situazioni di forte degrado, come quella di Rosarno”. Bersani gli ricorda che vige una legge che si chiama “Bossi-Fini”, mentre Livia Turco lo invita “a fare qualcosa per combattere la criminalità anziché ripetere il copione della propaganda”.Di “intolleranza xenofoba e mafiosa” parla invece Agazio Loiero, governatore della regione, ma che ritiene “inaccettabile la reazione degli immigrati”. Anche La Russa parla di “troppa tolleranza”. Ma le associazioni di volontariato, le uniche che provano a fare qualcosa in questa “terra di nessuno”, provano a far capire come intollerabili siano le condizioni in cui gli immigrati sono costretti a vivere.
Il bilancio è ogni ora più drammatico, e sembra un bollettino di guerra. È una guerra tra poveri, con il rischio di non sapere più da che parte si sta. I penultimi contro gli ultimi in un tessuto sociale profondamente squarciato, in una terra abbandonata a se stessa. In un comune la cui giunta è stata sciolta per infiltrazioni mafiose, e dove forse prendersela con chi raccoglie le arance fa comodo. Chi crede in una Calabria migliore sogna che domani italiani e nuovi italiani possano essere insieme a dichiarare guerra alla ‘Ndrangheta, percorrendola insieme magari quella statale 18, e ostruendo il passaggio alle famiglie mafiose che tengono in ostaggio l’intera popolazione, spingendosi fino al porto di Gioia Tauro, o ai cantieri della Salerno-Reggio, simboli dell’arricchimento delle ‘Ndrine (3% del Pil nazionale) e dell’immobilismo dell’economia calabrese.
A Rosarno è successa una cosa tristissima: il Sud fa guerra al Sud. E forse, da dietro le tapparelle abbassate, i mafiosi locali ridono contenti sotto i loro baffi per quello che sta succedendo, perché ancora una volta vincono solo loro.

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