Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

ARTE

L’Olympia di Édouard Manet.

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olympia di manetdi Angela Baldassarre

Édouard Manet operò in Francia intorno alla seconda metà del 1800. Lo ricordo perché fu l’artista che prima di ogni altro, anche degli impressionisti, sentì l’urgenza di un cambiamento nell’arte e  nella società del XIX secolo.

Scandalizzò la società puritana del periodo, ancora bisognosa di nascondersi dietro al mito per capire (o nascondere) i fatti, sostituendolo con l’umanità vera. Piazzò nelle sue opere non più santi e divinità, ma uomini abbigliati secondo la moda del tempo con donne completamente nude (Colazione sull’erba, 1863).

Particolare scandalo destò l’Olympia, presentata al Salon nel 1865 e oggi visibile al Musée d'Orsay di Parigi. Orrore! C’è una nota prostituta completamente nuda, con lo sguardo ruvido e quasi indifferente, forse lo stesso riservato ai suoi clienti.

Di fianco una cameriera nera che offre un mazzo di fiori ed ai piedi non un rassicurante cagnolino ma un irriverente gatto nero. Come mai su quel letto non è distesa una leggiadra Venere (cfr. La Venere di Urbino di Tiziano), una fresca Maya o una Susanna? Tocca osservare invece una donna vera, Victorine Meurent, un po’ tozza, plebea e gialla. Non c’è traccia di quella luce irreale che sposterebbe tutto fuori dal tempo per decontestualizzare, ma una nitida volontà di mostrare la cruda realtà.

olympia di manetLo spettatore benestante rimane fulminato dagli accessori che ha toccato e che conosce bene: il nastro di raso nero al collo, il bracciale, lo scialle di seta che ne connotano lo "status" di cortigiana come la pantofola che evoca nell’immaginario odierno una certa intimità da commedia sexy all’italiana o la Sophia Loren di Ieri, Oggi e Domani.

I borghesi, non ancora pronti a riflettersi schiettamente in quello specchio porto da Manet reagiscono con rabbia alla vista dell’opera esposta al Salon ufficiale, perché Édouard ha lacerato un velo, il loro velo di ipocrisia.

L’opera corre addirittura il rischio di essere sfregiata perciò è posizionata in alto, sufficientemente lontana da sguardi sdegnati. Successivamente riceve valanghe di critiche che addolorano non poco Manet  colto da una solitudine che affligge colui che vede ancor  prima di tutti gli altri. L’artista provocò in pieno Ottocento la rivoluzione di un contesto ormai troppo costruito sull’accademismo moralista ma a distanza di qualche tempo “l’indecenza” dell’Olympia, primo nudo in senso moderno ci fa sorridere quasi come i cosiddetti film “Stracult” degli anni Settanta. Allora vi chiedo se un nuovo accademismo del XXI secolo, il nostro, non si forma proprio nel momento in cui non certo una “innocente nudità”, ma una becera ostentazione della carne e delle ossa diventa merce diffusa su tutte le riviste e su tutti i canali, il che potrebbe significare che anche noi, proprio come quei "benpensanti" di fine Ottocento, siamo incrostati da codici di rappresentazione conformati perché consolidati al nudo più spinto sempre e dovunque (l’Accademia del corpo). Alla fine non ci resta che attendere il nostro Manet, chissà che riesca a lacerare anche questo nostro velo di volgarità!

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