Quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti

Karl Kraus

   
   

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La Calabria brucia: gli ultimi fuochi.

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incendio.calabriadi Vito Teti

La Calabria brucia. E non c’è nemmeno l’alibi del caldo afoso e irrespirabile. Bruciano i boschi e i paesi, le colline e le vallate. Gli uomini politici chiedono sempre più mezzi, lamentano di non avere danaro e uomini a sufficienza; le persone comuni soffrono, non capiscono, cercano di spegnere. Qualcuno muore tragicamente come Eugenio Nigro, ventunenne di Lappano, coraggioso e sfortunato, che non si rassegna a vedere distrutto il lavoro di anni dei propri familiari.

Questi fuochi della Calabria, nella loro drammaticità, sono il simbolo di una terra fatta di contrasti, popolata da pochi che accendono fuoco e da tanti che debbono spegnere. Una terra di devastatori dissennati e di poche persone che la amano davvero, fino a costo della vita. E’ una storia antica, che non dà giustificazioni a piromani e a incendiari, e nemmeno a chi non ha voluto e saputo tutelare l’ambiente, a chi ha sguarnito paesi e sepolto fiumi, a chi ogni anno scopre, con sorpresa e con stupore, che in questa terra piove, e cade la neve, e fa caldo.
A Lappano molti, a leggere i giornali, parlano di un incendio doloso, di pastori e contadini che bruciano le stoppie, ma anche di chi soccorre e "guadagna dalle tragedie".

E sembra di leggere Corrado Alvaro, quando scrive che "la Calabria dà sempre l'impressione d'una terra pericolante in continua riparazione; le riparazioni appaiono puerili di fronte alla furia improvvisa degli elementi, costano molto allo Stato, da non lasciare margine alle opere fondamentali". Mai interventi radicali e definitivi. Mai una visione globale dei problemi e del territorio, sempre iniziative precarie e provvisorie, all’insegna di un’incompiutezza e di continue riparazioni che a qualcuno portano lucro. Perché – è sempre Alvaro a notarlo - sulle "catastrofi della Calabria, si sono formate fortune imponenti". E dire che la storia e l’antropologia della regione – quando vengono lette fuori di retorica e di manifestazioni effimere – non fanno altro che ricordare che l’acqua e il fuoco, elementi vitali e sacri, quando non vengono rispettati e adeguatamente trattati provocano distruzioni e lutti.
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"Una volta, tanto tempo fa c’è stato il finimondo con un grande incendio, un grande fuoco. Gli antichi dicevano che sarebbe tornato. Dopo tanti secoli sarebbe venuta la fine del mondo. I secoli sono passati adesso siamo ai tanti. I tanti possono essere un anno, cinquant’anni, cento anni. Chi lo sa. Adesso mi spagno che i tanti sono finiti".
Questa mito della fine lo raccontava la mia bisnonna a mia nonna, poi mia nonna a mia madre che me l’ha trasmesso insieme a infinite memorie. E’ la memoria sotterranea del fuoco, che fa pari con quella dell’acqua che in certe circostanze diventava Diluvio, elemento di distruzione. "Cu’ éppi focu campau, cu’ éppi pani moriu", dice il proverbio. Il fuoco, per riscaldarsi, per cucinare, d’inverno, era più importante del pure indispensabile pane. Il focolare, dove si cucina e si consumano i pasti, è percepito come sede dell’“anima” della casa, del suo elemento vitale, simbolo di essa. I fuochi rituali, attorno ai quali si mangia si beve, si canta, aspettando l’alba, sono parte del paesaggio festivo di tutta la regione. Sono fuochi che parlano di socialità e di aggregazione, che rimandano bagliori di luce e di vita in comunità spesso abbandonate e spente.
Ma questo stesso elemento, non controllato, abbandonato a sé stesso, come l’acqua, poteva provocare distruzione e lutti. "Focu meu", "Fochiceju meu", si dice ancora in presenza di una disgrazia improvvisa, di una tragedia, di una morte. I fuochi peraltro comparivano prima dei terremoti e grandi incendi, dopo i terribili flagelli che hanno segnato la storia e la mentalità delle popolazioni, apportavano ulteriori rovine e disagi.
Fortunato Seminara ne Le baracche (1942, scritto nel 1934) ha lasciato una delle descrizioni più incisive del fuoco che provoca la fine, come in tante immagini apocalittiche.
"Era la fine di settembre. Una notte, all’improvviso, mentre tutti dormivano, risonarono delle grida: “Fuoco, fuoco!”. […]Destati di soprassalto, gli abitanti si diedero a fuggire atterriti, senza tentare di mettere in salvo alcuna cosa; urla e pianti assordavano l’aria: in breve tutto fu confusione e scompiglio. Le campane suonarono a stormo, e accorse molta gente del paese alto; ma ogni tentativo per arrestare il fuoco fu vano; le baracche bruciavano come sarmenti. Le fiamme altissime gettavano dei bagliori sinistri per la campagna, richiamando gente anche dai villaggi vicini.  Pianti disperati di donne e di bambini accompagnavano la furia del fuoco: quella misera turba dovette assistere alla distruzione di ogni suo bene, impotente a opporvisi.
 Quando, verso l’alba, arrivarono i pompieri da una città lontana, le baracche non erano più che un mucchio di rovine fumanti".
E’ l’apocalisse. Le “rovine fumanti” sono gli ultimi e unici segni di un mondo che scompare.

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Vince, in questi giorni, questo fuoco devastante, che non lascia respiro e soffoca, che non concede tregua e speranza. Questo fuoco, volutamente alimentato, è la metafora di una Calabria autodistruttiva, che non riesce nemmeno, davvero, ad amare i propri figli e le proprie risorse, che sa fare male e fa male anche a se stessa. E’ la Calabria notturna, ombrosa, sotterranea quella che trionfa con questi fuochi che non producono luce e calore vitale, ma fumo, caligine, confusione, buio, notte.
Questo fuoco fotografa una Calabria angusta, chiusa, dove non sempre è capace distinguere, dove tutti si ostacolano e si fanno una guerra quotidiana, incomprensibile. Una Calabria depressa e melanconica, che come il melanconico Saturno, divora i propri figli. Persefone sconfigge Demetra. Le tenebre non fanno sorgere la Luce. Sembra una perenne Settimana Santa di dolore e lutto e non si vede arrivare la Pasqua, la Resurrezione, l’Affruntata, l’Incontro.
Monsignor Bregantini pensa alla scomunica per chi provoca gli incendi. E’ un messaggio forte per sconfessare chi, in mille modi, distrugge boschi e coste, chi non ama la terra e la vita.

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Non sono di quelli che dicono: "Piove, governo ladro". Certo la politica si è rivelata ancora inadeguata e non all’altezza dell’emergenza. D’altronde non lo è nemmeno per l’ordinario. Gli incendi illuminano, sinistramente, tutta l’incapacità progettuale dei nostri gruppi dirigenti, politici e non, tutte le loro separatezze, le loro chiacchiere quotidiane. La classe politica (la classe dirigente in genere, comprese élites economiche, intellettuali, sindacali) degli ultimi quarant’anni non ha mai mostrato di avere una visione generale dei problemi, non ha mai avuto un’idea, giusta o sbagliata che sia, di Calabria, di tutela e salvaguardia dell’ambiente. Mai un’idea di lavoro produttivo e concreto per i tanti giovani che continuano a lasciare una terra, bella e amara, come diceva Repaci, ricca di risorse materiali e immateriali, ma povera di iniziative mirate e di progetti finalizzati.

Da questa Calabria fiacca e ingenerosa era fuggito, come ha dichiarato il padre, Eugenio Nigro per farsi una vita altrove. Da questa Calabria autodistruttiva fuggono, anche senza andarsene (ed è la fuga più dolorosa e sconvolgente), tanti giovani, tanti professionisti, tanti tecnici stanchi di combattere contro i mulini al vento.
In mezzo a tanta desolazione e devastazione, che spingono al pessimismo e alla sfiducia, poi affiorano i segni di speranza proprio in quella Calabria silenziosa, sobria, che non appare, non sa e non vuole fare parlare di sé, non chiede le luci della ribalta, non ha visibilità mediatici. In quella Calabria di gente pronta a rimboccarsi le maniche, a faticare, a resistere, ad amare i luoghi e la bellezza, anche a sognare. Francesco Perri nel suo splendido romanzo Emigranti (1928) scrive:
"Su ognuno di quei poggi si vedevano vecchie mura diroccate, navate di antiche chiese abbandonate. Erano ruderi di paesi distrutti dal terremoto in diverse epoche.

Eppure accanto a quelle rovine altre case erano sorte, altre chiese, altri campanili: i superstiti, seppelliti i loro morti, avevano riedificato, come le formiche, quasi sulle tombe; avevano riassettati i terreni sconvolti, li avevano riscattati dalle frane e dalle alluvioni, ed avevano fondato su esse le loro fatiche e le loro speranze".
A dispetto di incendiari e piromani, di una politica che non previene e non si pone problemi di ordine generale, di gruppi di potere e di lobbies, nascosti e trasversali, di una società civile che non c’è o non appare, di gruppi dirigenti che non sanno progettare il futuro, di una deriva morale e antropologica, restano, tornano e resistono le formiche che sempre cercano di riedificare, riparando agli sconvolgimenti della natura e degli uomini.
Possibile che in questa terra le formiche tenaci e instancabili, laboriose e speranzose,  abbiano un’effimera attenzione soltanto quando si sacrificano e trovano la morte?

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